Finito il referendum giustizia. Il No ha vinto con quasi il 54% e l’affluenza ha sfiorato il 59% — la più alta da anni per una consultazione referendaria. La riforma costituzionale sulla separazione delle carriere, lo sdoppiamento del CSM, l’Alta Corte disciplinare: tutto sepolto. È la prima vera sconfitta di Giorgia Meloni da quando è entrata a Palazzo Chigi. Sul piano politico, però, la storia è più complicata.
Un voto contro, non un voto per
Il richiamo al voto è stato un richiamo politico. Molto poco sul merito della riforma, molto sulla “spallata al governo”. È stato un voto contro — contro il governo e contro Meloni, innanzitutto, ma anche contro un clima complessivo che molti italiani avvertono come minaccioso e instabile. A partire da uno scenario internazionale in cui Trump occupa il Venezuela, bombarda l’Iran e parla all’Europa come se fosse un subappaltatore moroso.
Il referendum ha funzionato come il formato emotivo immediatamente disponibile: uno sfogo collettivo con una scheda in mano. Che il merito della riforma fosse comprensibile ai più è dubbio; che il No fosse comprensibile a chiunque, meno.
I numeri: il Sì è il centrodestra del 2022, il No è qualcos’altro
I voti del Sì al referendum giustizia coincidono quasi esattamente con il perimetro elettorale del centrodestra del 2022. Segno che non siamo di fronte a uno sgretolamento della coalizione. Se una quota di elettori interni ha votato No — e le stime parlano di circa un elettore su cinque — è probabile che sia stata compensata da una quota speculare di elettori di centrosinistra che sulla separazione delle carriere ha scelto diversamente dal proprio campo. Uno scambio silenzioso che, se confermato dai flussi, renderebbe la riforma molto meno identitaria di quanto entrambi gli schieramenti abbiano voluto far credere.
Il No, invece, è una coalizione allargata e nuova: giovani, astensionisti cronici, elettori che non si erano mai mobilitati e che si sono presentati alle urne specificamente per questo voto.
Il caso Sud: non una vittoria del No, ma una disfatta per astensione al referendum giustizia
La forbice tra Sì e No nelle regioni meridionali non racconta una vittoria del No — racconta una disfatta per astensione del Sì. L’elettorato di centrodestra al Sud non è andato a votare contro la riforma, soprattutto non è andato a votare. La disaffezione è più pericolosa dell’opposizione, perché non è intercettabile con una campagna migliore o un messaggio più efficace. È stanchezza strutturale.
Meloni: la sconfitta metabolizzata prima dello spoglio
Come che sia andata, Meloni ha intuito per tempo i rischi di una politicizzazione del voto. Renzi nel 2016 legò la propria sopravvivenza politica all’esito del referendum — e ne porta ancora le conseguenze.
Meloni ha dichiarato con largo anticipo che non si sarebbe dimessa in nessun caso, sottraendo al voto la sua principale valenza simbolica. Il video diffuso quando i risultati erano chiari — tono misurato, “rispettiamo la decisione”, “rammarico per un’occasione persa” — era già scritto da settimane. La sconfitta era metabolizzata prima dello spoglio.
Il risultato paradossale è che oggi Meloni è l’unica figura politica italiana con una candidatura a Palazzo Chigi che non richiede spiegazioni. Non perché sia popolare — i sondaggi raccontano un’altra storia — ma perché il centrodestra, pur sconfitto sul merito, non ha aperto nessuna crisi interna. Tajani ha detto “per il governo non cambia nulla”. La coalizione tiene, forse non per entusiasmo ma per assenza di alternative interne credibili. E intanto Meloni è ancora più saldamente alla guida.
A sinistra: la stagione dei lunghi coltelli
A sinistra, invece, è cominciata la stagione dei lunghi coltelli — travestita, per ora, da primavera democratica. Conte ha esultato e nell’arco di mezz’ora ha già riposizionato le proprie pedine: primarie “non di apparato, aperte ai cittadini”, un format che coincide esattamente con la sua forza — il consenso di massa — e con la debolezza di Schlein, che è leader di partito ma non di piazza. Renzi ha evocato la propria caduta del 2016 come monito verso Meloni, ma il sottotesto era un altro: il campo largo ha bisogno di qualcuno disposto a metterci la faccia su tutto, disposto anche a perdere. Fratoianni ha parlato di “vento che cambia”. Landini ha convocato i militanti in piazza Barberini.
È un coro. Senonché i coristi stanno già litigando sul solista.
Una vittoria senza soggetto
La vittoria del No è reale, ma è una vittoria senza soggetto. Il 54% che ha bocciato la riforma Nordio non è un mandato di governo: è un aggregato di malumori, diffidenze, stanchezze e proteste che il campo largo ha intercettato senza produrlo. Trasformare quel 54% in una coalizione capace di vincere le politiche del 2027 richiede un candidato condiviso, un programma riconoscibile e la capacità di non consumarsi nelle primarie prima ancora di arrivarci. Nessuna delle tre condizioni è soddisfatta. E con il Rosatellum i collegi uninominali decidono tutto: presentarsi divisi, o logorati, equivale a consegnare il risultato.
Il problema che resta
Meloni ha perso il referendum ma non la leadership del centrodestra. A questo punto deve fare i conti con due problemi concreti: ricompattare un elettorato meridionale che non si è presentato alle urne, e trovare il modo di cambiare la legge elettorale senza sembrare — dopo una sconfitta referendaria — chi modifica le regole perché ha perso con quelle vecchie.
Nel frattempo, il problema che la riforma avrebbe dovuto risolvere resta intatto.
Con buona pace di chi festeggia: il problema che la riforma avrebbe dovuto risolvere non è scomparso con il No.












