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Referendum giustizia 2026: ma i numeri sono quelli del 2022

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Esistono due modi per perdere una consultazione popolare. Il primo è convincere meno persone del tuo avversario. Il secondo è trasformare la domanda in qualcos’altro — e poi rispondere a quella domanda diversa. Giorgia Meloni ha detto di giocare sul primo terreno, ma ha scelto di fatto il secondo. E ha perso.

Il referendum sulla separazione delle carriere dei magistrati era tecnicamente ostico, politicamente controverso e per la maggior parte degli italiani sostanzialmente incomprensibile nei dettagli. Separazione delle carriere, doppio CSM, Alta corte disciplinare: roba da addetti ai lavori, da giuristi, da chi frequenta i corridoi dei palazzi di giustizia. Il tipo di quesito su cui l’affluenza di solito crolla e il quorum non viene raggiunto. Invece ha votato il 58,9% degli aventi diritto — quasi quanto alle politiche del 2022. E il motivo non ha nulla a che fare con la magistratura.

I numeri che smontano la narrazione

Prima di costruire teorie, conviene guardare i dati. Alle elezioni politiche del settembre 2022 si recarono alle urne ventinove milioni e mezzo di italiani. Al referendum del marzo 2026 ne sono andati circa ventisette milioni. Due milioni e mezzo in meno, con una scelta binaria invece di dieci opzioni di voto. Non c’è stata nessuna straordinaria mobilitazione di masse silenziose, piuttosto c’è stata una consultazione con una platea leggermente ridotta e due sole caselle da barrare.

Il Sì prende dodici milioni e mezzo di voti. Il centrodestra alle politiche 2022 ne aveva presi dodici milioni e trecentocinquemila. Differenza: un più centoquarantacinquemila. Il centrodestra non ha perso la sua base — l’ha tenuta quasi intatta, e in diverse regioni l’ha persino superata. In Campania il Sì ha preso oltre trentamila voti in più del centrodestra alle politiche del 2022. In Emilia Romagna più cinquantaseimila, in Toscana più quarantaseimila, in Trentino più cinquantatremila.

In Sicilia meno cinquantamila voti, che però non sono stati recuperati dall’altro fronte ma sono finiti nel non voto. Guardando al Sud nel suo complesso, il Sì cresce o tiene quasi ovunque rispetto alla base politica di partenza.

Il No prende circa quattordici milioni e novecentomila voti. Alle politiche 2022 la somma di PD, M5S, Azione e Italia Viva aveva raggiunto quattordici milioni e duecentocinquantamila. Differenza: circa seicentocinquantamila in più. Più che un’ondata, un aggiustamento.

La questione è binaria

Qui sta il punto che quasi tutta la narrazione post-voto ha eluso. Quando si vota con dieci opzioni, chi non è legato per storia o interessi ad uno specifico partito sceglie per macroaree, il voto si frammenta strutturalmente. Quando si vota con una sola scheda e due caselle, quella frammentazione scompare. Chi alle politiche aveva votato Calenda, chi aveva votato Renzi, chi aveva votato per De Magistris o un partito qualsiasi partito minore — tutti si sono ritrovati davanti alla stessa domanda: sei con Meloni o contro? E chi non era con lei ha risposto omogeneamente contro.

Quei voti in più del No rispetto al centrosinistra del 2022 non vengono da giovani entusiasti o da periferie mobilitate. Vengono soprattutto dall’area del centro e dei moderati che nelle politiche si sparpagliavano e al referendum si sono ritrovati con due sole scelte nette possibili. I dati Ipsos lo confermano con precisione: l’unico gruppo in equilibrio reale è il centro — cinquanta virgola nove percento Sì e quarantanove virgola uno percento No. È lì che si è deciso il margine.

Il mito del Sud baluardo

La narrazione dominante ha insistito sul Sud come fortezza del No, su Napoli come simbolo della resistenza periferica, su Scampia che dice no a Meloni. I dati raccontano qualcosa di più prosaico.

In Campania il Sì cresce di 31.000 voti rispetto al centrodestra 2022. La Campania non è un problema per Meloni in termini di mobilitazione del suo elettorato — è un problema perché il centrodestra è strutturalmente in minoranza in quella regione, e lo era già nel 2022. Le percentuali bulgare del No a Scampia e Barra riflettono un territorio dove il centrodestra non ha mai avuto una base significativa, non una rivolta improvvisa. Il fronte No campano corrisponde quasi esattamente alla somma di M5S, centrosinistra e formazioni minori delle politiche 2022. Nessuno si è convertito, nessuno si è mobilitato straordinariamente. I rapporti di forza si sono riprodotti nella loro forma più fedele.

Il caso siciliano è diverso ma non nel senso che si immagina. In Sicilia il Sì perde circa 49.000 voti rispetto al centrodestra 2022, e l’affluenza crolla al 46% — la maglia nera d’Italia. Il No siciliano non è una rivolta: è un non-voto dell’elettorato di centrodestra in cui il rapporto di forza strutturale ha prodotto il suo esito naturale. La Sicilia di centrodestra non si è mobilitata, si è astenuta, e nell’astensione ha lasciato campo al fronte che aveva già i numeri.

I giovani e la Costituzione — quanto pesano davvero

C’è un elemento della narrazione post-voto che va ridimensionato con qualche numero. I giovani hanno votato No in proporzione schiacciante: nella fascia 18-34 anni il No raggiunge il 55,3%, e la Gen Z arriva al 58,5%. Schlein li ha citati per prima nella sua conferenza stampa della vittoria. Ma in termini assoluti il peso è modesto.

I 18-34enni rappresentano il 20,8% dell’elettorato — circa 9,6 milioni di persone. Con un’astensione del 40%, i votanti in questa fascia sono stati circa 5,7 milioni. Di questi il 55,3% ha votato No: circa 3,2 milioni. Il che significa che comunque due milioni e mezzo di voti sono andati al si. Su un totale di 14,9 milioni di No, i giovani sotto i 35 anni contribuiscono un po’ meno di un quarto. Tre quarti dei No vengono da chi ha più di 35 anni — compresa la fascia 50-64 anni che in valore assoluto pesa molto di più dei ventenni.

Sui più giovani ha funzionato soprattutto la retorica della Costituzione in pericolo, non perché questi si siano improvvisamente politicizzati, ma perché di fronte a un quesito tecnicamente ostico — separazione delle carriere, doppio CSM, Alta corte disciplinare — chi non ha strumenti per valutare nel merito sceglie la via più ovvia. In un referendum confermativo, la via più ovvia è sempre il No. “Non toccare la Costituzione” non richiede di sapere cosa sia il CSM: richiede solo di fidarsi di chi dice che è a rischio. L’inerzia conservativa, in questo tipo di consultazioni, è sempre il voto di default.

L’avviso di sfratto che nessuno vuol leggere

Il dato più importante di questa consultazione non è chi ha vinto o perso, non è la geografia del voto, non è la percentuale dei giovani. È questo: a tre anni dall’inizio del governo Meloni, in un voto de facto su di lei, il centrodestra prende più o meno gli stessi voti del 2022. Non cresce.

Se si votasse domani con il sistema delle politiche, i numeri suggeriscono che vincerebbe il campo largo. Non perché il centrodestra sia crollato, ma perché PD, M5S, Azione e Renzi insieme valgono come nel 2022 oltre quattordici milioni di di voti contro dodici e mezzo. Con il sistema maggioritario attuale, Calenda e Renzi diventano l’ago della bilancia: se stanno con il campo largo vincono le opposizioni, se si separano regalano il risultato a Meloni. È esattamente la geometria che ha prodotto la vittoria del 2022 — e che il referendum, per la prima volta, ha mostrato invertita.

Meloni nel 2022 vinse perché la sinistra era divisa. Al referendum la sinistra era unita, e si è visto cosa succede. La lezione è semplice, forse troppo semplice per essere accettata da chi preferisce narrative più elaborate: non c’è stata nessuna rivolta del Sud, nessuna generazione che si è svegliata, nessuna grande mobilitazione. C’è stato un voto su Meloni, tre anni dopo che aveva vinto, con le stesse persone che votarono contro di lei, questa volta tutte insieme. E più o meno tutti hanno riconfermato la scelta di tre anni fa.

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