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Quello che manca al campo largo. Troppi sostantivi, mai un verbo

campo largo

Il titolo dell’intervista di Andrea Carugati a Goffredo Bettini su il manifesto dell’11 luglio, meriterbbe di essere incorniciata: “Putin non ha la forza per attaccare l’Ue”. Il lettore non abituato al Bettini-linguaggio potrebbe immaginare una presa di posizione netta sulle posizioni di Conte nel campo largo. Invece il titolo è solo il preludio ad un’intervista nella quale si dispiega pienamente il metodo che Bettini pratica da almeno tre decenni e che merita di essere guardato più da vicino. Un metodo che dovrebbe finire in un trattato di scienza della politica su come si tiene in piedi (o sospesa, a seconda del punto di vista) una coalizione a rischio costante di deflagrazione identitaria.

Il canovaccio, stavolta, parte da Conte, dalla piazza di Napoli, dal riarmo. Bettini gli dà ragione, ma con una postilla che è la sintesi onesta del suo stile. Il problema non è il principio del riarmo, è che si sta facendo “in ordine sparso”, con la Germania alla guida, “fatto per me non rassicurante” dice, in una delle rare concessioni a un giudizio in tutta l’intervista.

Il resto è equilibrismo di alto livello. L’Ucraina andava difesa, le armi erano giuste, ma bisognava aprirsi subito al negoziato; Putin è pericoloso ma non ha la forza di attaccare l’Europa, e comunque definirlo un nuovo Hitler è una bugia storica che chiude ogni dialogo. Affermazioni vere, prese singolarmente. Che montate insieme, però, producono un effetto “ma-anche” in cui la responsabilità dell’aggressione si scioglie in un discorso sulle proporzioni, e chi insiste sulla responsabilità finisce dalla parte di chi “ingigantisce il pericolo”.

Stessa mossa su Renzi. Bettini riconosce, testualmente, che l’ex premier ha rappresentato “il cuore di una svolta neoliberista” del partito. Detto da chi lo dice, non è poco. Ma la conclusione non è che quindi si debbano finalmente fare i conti con quella svolta. È “quindi bisogna non riaprire le ferite”, perché, cito ancora, “i nostri principi di fondo non possono che essere la pace e la riduzione drastica delle distanze sociali”. Il che è come dire che due condomini in causa per l’ascensore condividono entrambi il principio di fondo di voler arrivare al quinto piano. Che magari è vero, ma totalmente inutile per stabilire chi pagherà la manutenzione.

Sulle primarie, infine, un vero capolavoro di understatement. Se la legge Meloni passasse con indicazione del premier, le primarie sono “probabili”. Probabili. Ovviamente se non emergerà una personalità capace di unire tutti. Un condizionale montato su un altro condizionale, sorretto da un terzo condizionale mai esplicitato, destinato a risolversi nell’ovvia conclusione che quella personalità non emergerà, e quindi il problema si risolverà da sé senza che nessuno debba scegliere niente. Pare sia l’arte della politica come rinvio strutturale elevata a sistema nervoso, anche se, ai meno appassionati delle sorti del campo largo, ricorda vagamente le massime di saggezza di Catalano a “Quelli della Notte”.

Va detto che il metodo Bettini è un metodo rodato che è già riuscito nell’intento di portare alle urne coalizioni poco convinte, basato sostanzialmente sul rinvio sine die della discussione delle posizioni cosiddette “divisive”.

Peccato che al tempo dei social capiti assai più spesso del desiderato che qualcuno commenti un’intervista e faccia quelle domande che l’intervista dovrebbe fare ma non fa quasi mai. Chiedendo quale sia la soglia. Non il principio, la soglia. Dov’è, in concreto, il punto in cui la deterrenza autonoma smette di essere tale e diventa riarmo aggressivo? Se manca quel punto, la formula “deterrenza sì, riarmo no” non è un criterio, è un eufemismo, nel senso tecnico che gli darebbe Bourdieu, niente più che un modo per rivestire la mancanza di scelta con un lessico abbastanza nobile da renderla credibile e perfino indiscutibile.

A qualcuno di questi commenti Bettini in persona ha risposto su Facebook. Con un piccolo trattato di retorica applicata. Ha distinto la capacità russa di invadere l’Europa (bassa, dati alla mano) dall’intenzione russa di farlo (opinabile, e lui pensa negativa). Distinzione filosoficamente ineccepibile, e chi gliel’ha fatta notare, con un’onestà rara in questi tempi, lo riconosce. Ma è una distinzione che, usata in quel punto del ragionamento, sposta l’attenzione dalla domanda “chi ha aggredito chi” alla domanda “quanto è pericoloso chi ha aggredito”, che è tutta un’altra domanda, e guarda caso è quella che mette più a suo agio chi parla.

Va detto chiaramente che non è disonestà intellettuale, ma l’indiscutibile abilità tecnica di chi ha passato una vita, il PCI, gli enti locali romani, trent’anni di tessitura tra sensibilità distanti, a scoprire che una coalizione sopravvive finché nessuno le fa la domanda a cui dovrebbe rispondere sul serio.

A proposito di PCI, va detto che ai suoi tempi Gramsci chiamava trasformismo la capacità del blocco dirigente di assorbire ogni istanza critica senza mai lasciarsi spostare da essa. Non è che Bettini tradisce Gramsci. Lo applica interpretandolo con la dedizione di un chierico.

Il problema è che la stessa tecnica ripetuta identica su ogni tema, la difesa, l’Ucraina, Renzi, von der Leyen (dove pure Bettini per una volta si spinge a dire che bisognerebbe “differenziarsi” dai socialisti europei, salvo affidare la cosa a un imprecisato dibattito di partito), le primarie, smette di essere abilità diplomatica e diventa sistema. Un sistema che risponde sempre con sostantivi come pace, sintesi, principi di fondo, riformismo radicale, a domande che richiederebbero verbi. Fare cosa, con chi, entro quando, a quale prezzo. Un sistema che però non sta tenendo insieme una coalizione ma sta rimandando il momento in cui dovrà dire cos’è, esponendosi al rischio, tutt’altro che remoto, che nel frattempo qualcun altro decida per lei.

Resta aperta la domanda che conta davvero. Una pace fatta di principi mai declinati in scelte basta a convincere un elettorato che chiede sempre più insistentemente di sapere cosa il campo largo vuole fare concretamente?

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