Sapete cos’è la liquidazione? Praticamente quando vai in pensione l’azienda privata (TFR) o lo Stato per i dipendenti pubblici (TFS) ha conservato una parte dagli stipendi che hai avuto negli anni di servizio. L’hai pagata tu, ovviamente. Mese dopo mese, stipendio dopo stipendio per venti, trenta, quaranta anni sei mesi e un giorno…
Quando vai in pensione ti ridanno quei soldi. Così puoi rimettere a posto i conti e prepararti a vivere con la pensione — che, come sapete, è più bassa dello stipendio che prendevi fino al mese prima.
Una cosa buona insomma, almeno una cosa sensata. Vero? Certo che, se per caso il datore di lavoro è un imbroglione, può capitare che quei soldi se li beva e quando dovrà ridarveli partirà per una lunga vacanza e cambierà il numero di cellulare. Ovviamente lo Stato è più sicuro. Quantomeno non può bere.
Senonché di questi tempi capita che pure le cose scontate non lo siano poi tanto. E che lo Stato, datore di lavoro impersonale, pur senza vizi e perversioni bassamente umane, trattenga la liquidazione per almeno nove mesi — fino a sette anni, se supera i cinquantamila euro.
La motivazione? Noi avevamo capito che si trattasse di un problema di conti pubblici. Lo aveva spiegato il vampiro Monti: lo Stato non regge se non stringiamo tutti la cinghia. Quindi un po’ di pazienza, neo pensionati — i vostri soldi arrivano, e nel frattempo vi riconosciamo anche un piccolo interesse. Con le nostre più sentite scuse per il disturbo.
Passano gli anni. La liquidazione continua ad arrivare in ritardo, il governo riesce ad accorciare l’attesa di qualche mese — ma in cambio si tiene gli interessi. È qui che comincia a sorgere quel sospetto che ti viene a piazza Garibaldi quando qualche simpatico indigeno prova a piazzarti il classico pacco: la sensazione, sottile ma persistente, di essere proprio tu il turista ingenuo.
Chi si è sentito truffato è andato in tribunale. I giudici hanno sollevato la questione davanti alla Corte Costituzionale, che ha risposto con nettezza: il differimento è incostituzionale, il Parlamento intervenga. Il Parlamento ha fatto spallucce. E l’INPS, presentando la propria memoria difensiva alla Consulta, ha aggiunto un tocco di originalità: i soldi li trattengo, certo — ma mica perché non li ho. Li trattengo per evitare che ve li spendiate in un week end di bagordi.
E così finalmente arriva la verità. Dopo anni di sospetti, di illazioni, di maldicenze sindacali, l’INPS ha squarciato il velo e rivelato al mondo la ragione profonda per cui ai dipendenti pubblici viene trattenuta la liquidazione per anni: voi non sapete gestire i soldi.
Sì. Quarant’anni di servizio, contributi versati con la puntualità di un orologio svizzero, una vita intera a costruire la pensione mattone per mattone — ma alla fine restate degli irresponsabili. Degli scialacquatori. Degli euforici cronici che, al primo assegno corposo, andrebbero dritti a comprare motoscafi, pellicce e magnum di champagne. Lo Stato, nella sua infinita saggezza paterna, vi protegge da voi stessi. Come si fa con i bambini. Come si fa con chi non è in grado di intendere e di volere.
Per il vostro bene, naturalmente.
E così il pensionato pubblico medio aspetta la sua liquidazione — circa 86.000 euro — per anni. Nel frattempo paga gli interessi su un mutuo che non può estinguere. È abbastanza responsabile da onorare i debiti con la banca. È abbastanza adulto da fare il docente, il carabiniere, l’infermiere per quarant’anni. Ma non è abbastanza maturo da ricevere il proprio salario.
Lo Stato, invece, è talmente maturo e responsabile da aver accumulato un debito pubblico di circa 2.900 miliardi di euro — più di 48.000 euro a testa per ogni italiano, neonati compresi.
Un po’ viene il dubbio su chi dovrebbe stare sotto tutela, qui, eh? Sempre per il vostro bene, si capisce.












