Viktor Orbán ha governato l’Ungheria per sedici anni costruendosi una democrazia “su misura”, stampa imbavagliata, magistratura disciplinata, clientelismo elevato a sistema. Un modello che ha retto finché ha distribuito benessere. Poi è arrivata la crisi, e con la crisi è arrivato il conto.
Il 12 aprile 2026, con un’affluenza record intorno all’ottanta percento, gli ungheresi hanno consegnato a Péter Magyar e al suo partito Tisza una maggioranza assoluta. Centotrentotto seggi su centonovantanove. La “democrazia illiberale” è stata battuta nelle urne da quelli stessi che avrebbe dovuto tenere al sicuro dalla democrazia liberale.
Il paradosso, però, è solo apparente.
Orbán e il suo alleato elettivo Donald Trump hanno fatto di tutto per convincere gli ungheresi a votargli contro. Non con qualche gesto di magnanimità, ovviamente: la macchina del consenso fidesz ha funzionato fino all’ultimo. Ma il congelamento di diciassette-venti miliardi di euro di fondi europei, conseguenza diretta della deriva autoritaria e della postura filorussa del governo, ha reso tangibile quello che i sondaggi suggerivano da anni. Ospedali che cadono a pezzi. Trasporti che non funzionano. Un fiorino debole. Un’inflazione al diciassette percento nel 2023, persistente anche dopo. I consumi pro capite in calo del cinque-sette percento.
Quando sono venuti meno i soldi dell’Unione europea, sono mancati anche quei trasferimenti che tengono in piedi il consenso. La formula si è inceppata.
Come diceva il vecchio slogan della campagna Clinton del 1992: it’s the economy, stupid. Vale per i democratici americani, vale per gli autocrati ungheresi.
Quanto a Péter Magyar è il caso di aspettare.
È un ex insider del Fidesz, cresciuto dentro quel sistema, che ne ha condiviso l’impostazione per un decennio abbondante. Una creatura che si è ribellata al proprio creatore, quando il creatore era oramai al tramonto. Magyar è europeista, promette di sbloccare i fondi, dice di voler combattere la corruzione. Ursula von der Leyen ha già esultato. Tutto plausibile, e in larga parte auspicabile.
Resta però aperta la domanda su cosa rimanga, sotto la vernice filoeuropea, di sedici anni di abitudini politiche e culturali maturate all’ombra di Orbán. Si tratta di capire se c’è stata una vera rivoluzione o solo un cambio di gestione.
Il verdetto arriverà tra qualche anno. Per ora, prendiamo atto che in Ungheria gli elettori hanno fatto quello che gli elettori fanno quando la dispensa è vuota: hanno cambiato chi fa la spesa.












