Le nuove Indicazioni nazionali per i licei sono un documento che si legge con ammirazione e vertigine. L’ammirazione va alla qualità teorica di certi passaggi in cui si sente la mano di chi conosce davvero la letteratura pedagogica internazionale. La vertigine arriva perché, a lettura ultimata, viene spontanea la domanda: ma chi è il docente che dovrebbe fare tutto questo?
Il docente che affiora da queste pagine, in effetti, non è un aggiornamento della figura esistente, ma una vera e propria sostituzione di specie. Alla vecchia figura, quella che svolge il programma procedendo per epoche e autori, interroga, registra il voto e passa avanti, subentra una figura radicalmente diversa. Un progettista culturale, un selezionatore critico di contenuti, un regista di ambienti di apprendimento, un educatore alla complessità digitale, un formatore dell’identità personale degli studenti. Oltre che, naturalmente, uno specialista della propria disciplina che “non si aggiorna, ma propriamente studia”.
Il cambio di passo (l’espressione è delle stesse Indicazioni) non riguarda i metodi ma la natura del lavoro.
Il documento lo dice con una franchezza che merita attenzione. Sulla letteratura italiana, la sezione del liceo classico è quasi un manifesto: “a parte pochi autori e testi, nulla è obbligatorio”. Una frase del genere in un documento ministeriale è dirompente: significa che il docente non deve più chiedersi come arrivare a Montale entro maggio, ma quali testi possono davvero parlare agli studenti che ha davanti. Significa che la colpa professionale non sta nel non aver “coperto” il Decadentismo, ma nell’averlo attraversato di corsa senza che nessuno capisse niente. L’infarinatura, si legge sempre nella bozza, “non serve a niente”.
Altro elemento affrontato in maniera radicale è ciò che le Indicazioni chiedono sul piano linguistico. La competenza nella lingua italiana non è più affare esclusivo del docente di lettere ma condiziona ogni apprendimento, in ogni disciplina. Il collega di scienze che lascia passare un’esposizione sciatta, o quello di storia che non corregge un nesso causale espresso male, non sta semplicemente tollerando un’imprecisione: sta abdicando a una responsabilità che il nuovo quadro gli assegna esplicitamente. Tutti docenti di lingua, recita implicitamente il documento. Una richiesta di collegialità reale in un sistema abituato a compartimenti stagni.
Attenzione però. Il docente che queste Indicazioni evocano già esiste in Italia, in percentuale statisticamente apprezzabile. Non è un fantasma. È però una figura che si è formata nonostante il sistema, resistendo ad esso, non grazie ad esso. Per le sue letture personali, per quella comunità di pratiche informali che sono i colleghi con più esperienza, per la passione che ha resistito all’usura burocratica. Ora il ministero sembra voler trasformare quella minoranza virtuosa in standard, ma l’operazione richiede qualcosa che nessun documento curricolare può garantire da solo.
Il documento lo sa, almeno in parte. Ammette che il modello “richiede alta competenza professionale”, “presuppone tempo per progettare”, “necessita di coerenza collegiale”. Però si ferma lì. Non dice una parola sulla famosa formazione in servizio, su cosa debba essere su come verrà incentivata, valorizzata: finanziata. Non accenna al tempo non frontale come risorsa progettuale. Non considera che “insegnare poche cose bene” (prescrizione ripetuta più volte) richiede la capacità di selezionare e rinunciare, e rinunciare richiede una sicurezza professionale che non si acquisisce per decreto.
La distanza tra il profilo immaginato e le condizioni reali dell’insegnamento non è una lacuna del documento, ma è la sua scommessa. Scommettere su una visione tutta da realizzare è una scelta legittima, anzi necessaria, se si vuole che il sistema si muova. Il problema è che una scommessa senza chiarire come ci si arriva, assomiglia molto a un trasferimento di responsabilità. Si ridefinisce il mestiere, si alza di fatto l’asticella su di un terreno che fino a ieri era stato di fatto ignorato, si disegna un profilo esigente e nobile. Ma poi il tutto viene consegnato al sistema da cambiare, che naturalmente non è detto sia disposto a farlo o che semplicemente ne sia capace.
Fino ad allora, il docente che non c’è ancora resterà quello che è. Una figura ammirevole descritta con precisione, in attesa che qualcuno decida se vale la pena crearne le condizioni o se basta averla immaginata.












