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L’Italia, l’Iran ed il fianco scoperto

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C’è una parola che torna, in questi giorni, nei briefing riservati e nei corridoi della Farnesina: esposizione. Non è una parola nuova per un Paese che si affaccia sul Mediterraneo, che ha basi americane sul suo territorio, che manda soldati in Kurdistan e che dipende per il 45% del suo fabbisogno energetico da rotte che passano per il Golfo. Ma in questo momento, mentre Donald Trump ripete che il conflitto con l’Iran è quasi finito e i mercati lo smentiscono portando il Brent a sfiorare i cento dollari al barile, quella parola ha assunto un peso specifico diverso. L’Italia non è semplicemente un Paese mediterraneo coinvolto in una crisi lontana: è uno dei nodi più esposti dell’intera architettura occidentale.

La notizia dell’attacco alla base militare italiana di Erbil, nel Kurdistan iracheno, è arrivata ieri a tarda sera, quasi in sordina rispetto al fragore delle petroliere in fiamme nello Stretto di Hormuz. Non ci sarebbero feriti, ha comunicato il ministro Crosetto. Il ministro Tajani ha precisato che non si sa ancora se il missile fosse iraniano o di milizie filo-iraniane, e che «non si capisce se sia stato diretto contro gli italiani o contro quell’insediamento in generale». Entrambe le dichiarazioni, nella loro prudenza istituzionale, dicono molto di più di quanto sembrino dire. L’incertezza sull’attribuzione è già una notizia: significa che l’Italia si trova su un campo di battaglia che non ha scelto pienamente, esposta a forze che non distinguono tra nazionalità alleate e che, soprattutto, non si fanno scrupoli nell’usare il territorio iracheno come teatro di pressione sull’Occidente.

Ma il problema non è solo Erbil. È strutturale, e riguarda la geometria della posizione italiana nel conflitto in atto.

La Spagna, pur avendo inviato una fregata a Cipro cedendo al pragmatismo dell’emergenza, mantiene una distanza politica più gestibile dall’asse Washington-Tel Aviv. La Francia ha le sue basi nel Golfo ma anche una tradizione diplomatica che le consente di giocare su più tavoli simultaneamente, come dimostra il fatto che Macron abbia coordinato il contributo europeo all’IEA senza schierarsi apertamente. La Germania ha riaperto i suoi canali diplomatici con Teheran nei mesi scorsi e ha una dipendenza energetica che la rende cauta nelle prese di posizione. Il Regno Unito, che pure partecipa operativamente al fianco degli americani, ha una postura militare più autonoma e riconoscibile, che definisce una responsabilità ma anche una coerenza.

L’Italia, invece, occupa una posizione ibrida che in tempo di pace è una risorsa e in tempo di guerra diventa una trappola. Ha basi americane sul proprio suolo — Aviano, Sigonella, Camp Darby — che la proiettano operativamente nell’area di conflitto senza che questa proiezione sia mai stata discussa democraticamente in relazione all’attuale scenario. Ha soldati in Iraq, in Libano con la missione UNIFIL, e in altri teatri del Medio Oriente allargato. Ha una dipendenza energetica dal Golfo che non ha equivalenti tra le grandi economie europee. E ha una posizione geografica che la rende il ventre molle dell’Europa meridionale: se lo Stretto di Hormuz rimane bloccato oltre le tre settimane che le riserve strategiche IEA possono coprire, è l’economia italiana a pagare il prezzo più alto, prima di quelle del Nord Europa.

A tutto questo si aggiunge l’ambiguità politica. Giorgia Meloni ha parlato davanti alle Camere con il tono di chi vuole tenere aperte tutte le porte: niente condanne esplicite dell’offensiva americana, niente adesione esplicita alla linea della de-escalation europea, niente chiarezza sulla disponibilità o meno delle basi italiane per le operazioni in corso. «L’Italia non prende parte e non intende prendere parte» agli interventi unilaterali fuori dal diritto internazionale, ha detto. Ma non ha risposto alla domanda che Elly Schlein ha posto con sufficiente nettezza: le basi americane in Italia vengono usate per questa guerra? E se sì, l’Italia è consapevole di cosa questo comporta?

La domanda non è retorica. Secondo il portavoce del ministero degli Esteri iraniano, Teheran ha chiesto ai Paesi vicini di non permettere agli americani di usare il loro territorio. Se quella pressione diplomatica si trasformasse in pressione militare — cosa che l’attacco a Erbil suggerisce già in forma embrionale — l’Italia si troverebbe nella posizione più scomoda: formalmente non belligerante, sostanzialmente coinvolta.

Il governo ha scelto la via della vaghezza deliberata, che è comprensibile come tattica di breve periodo ma pericolosa come strategia. La vaghezza funziona finché il conflitto non bussa direttamente alla porta. Con un missile su Erbil, ha iniziato a bussare. E il problema è che né la premier né i suoi ministri sembrano avere una risposta chiara a cosa fare quando la porta si aprirà.

L’appello all’unità nazionale lanciato da Meloni è durato, secondo Massimo Franco, «giusto un paio d’ore». Non è una battuta: è la fotografia di un sistema politico che non ha ancora fatto i conti con la posta in gioco.

C’è un’Europa che cerca faticosamente una posizione comune — con la tensione tra von der Leyen e Kallas che rivela, ancora una volta, la bulimia di potere della Commissione a scapito della coerenza diplomatica. C’è un’America che oscilla tra la retorica della vittoria imminente e il prelievo dalle riserve strategiche. E c’è un’Italia che fa la cosa che le riesce meglio nei momenti di crisi: restare nel mezzo, sperando che il mezzo tenga.

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