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L’importanza di NON chiamarsi Carlo. Come la monarchia inglese rischia di chiudere

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L’importanza di non chiamarsi Carlo. Come la monarchia inglese rischia di chiudere

C’è un momento nella vita di ogni uomo in cui la sfortuna cessa di essere una congiuntura e diventa un destino. Per Carlo III d’Inghilterra quel momento sembra aver coinciso con la nascita, circa settantaquattro anni fa, quando qualcuno a Buckingham Palace ebbe la brillante idea di battezzarlo Charles.

Eppure a corte il sospetto lo avevano in tanti. Lo sussurravano i cortigiani, lo mormoravano gli araldisti, lo pensava probabilmente anche Elisabetta, che come regina sarà stata impeccabile ma come madre onomaturga fu oggettivamente disastrosa.

Perché, e oggi ne siamo certi, nella storia della monarchia britannica il nome Carlo deve essere un po’ come l’equivalente funzionale di un gatto nero che passa sotto una scala appoggiata a uno specchio rotto.

Vi sembra troppo superstizioso? Carlo I finì decapitato da Cromwell nel 1649 — unico re d’Inghilterra a cui i sudditi abbiano letteralmente staccato la testa. Carlo II, il figlio, dopo diciotto anni di esilio tornò sul trono per dedicarsi a ciò che gli riusciva meglio: generare figli illegittimi in quantità industriale e morire senza lasciare un erede legittimo, spingendo la monarchia inglese verso la Gloriosa Rivoluzione. Poi ci fu Carlo Edoardo Stuart, il Bonnie Prince Charlie, che tentò di riprendersi il trono e finì sconfitto a Culloden nel 1746, ultimo pretendente di una causa già persa prima di cominciare.

Tre Carlo, tre catastrofi. E quando nel 2022, alla veneranda età di settantaquattro anni, il nostro Carlo è finalmente diventato re — dopo la più lunga anticamera della storia monarchica — avrebbero fatto bene a suggerirgli di cambiare nome. Giorgio VII suonava bene, in onore del nonno amato. Edoardo era un’opzione. Ma no. Carlo ha scelto Carlo. Uno che aspetta settant’anni per una poltrona e poi sceglie il nome con la peggior percentuale di sopravvivenza statistica: bisogna ammettere che ha un suo coraggio, o forse quel tipo particolare di ottimismo che in psicologia clinica si chiama negazione.

Da quel momento in poi gli eventi si sono incaricati di confermare la maledizione con una puntualità tanto stupefacente da sembrare quasi comica. Due anni dopo l’incoronazione, si ammala lui stesso e finisce in chemioterapia. Ma con lui ci finisce dopo qualche mese anche Kate Middleton — la nuora su cui aveva puntato tutto, l’arma segreta della monarchia, il volto giovane che avrebbe dovuto fare da parafulmini per un’istituzione che invecchia.

Sfortunato indubbiamente. Ma la cupezza del destino di Carlo non è semplicemente nella quota di sfortuna che si porta addosso. C’è di peggio: la famiglia.

Con Diana, la storia è nota e consunta — un matrimonio sbagliato fin dall’inizio, una donna che la monarchia non sapeva come contenere, un divorzio che divenne spettacolo globale. Con Camilla, Carlo ha trovato alla fine ciò che cercava da decenni, ma il prezzo pagato in reputazione è stato così alto da rendere la vittoria quasi irriconoscibile. Trent’anni di fotografie appiccicose e di opinione pubblica ostile, per diventare re con una moglie che metà del paese non ha ancora perdonato e l’altra metà ha semplicemente smesso di giudicare per stanchezza.

Poi ci sono i figli. Harry, il secondogenito, ha deciso da anni di monetizzare il rancore trasferendosi a Montecito, California, da dove lo somministra al mondo in comode dosi settimanali via Netflix e interviste BBC. In una di queste ha detto del padre: non so quanto gli resta da vivere. La frase di un uomo che ha scelto di fare del dolore familiare un prodotto editoriale — e che forse non si rende più conto di quanto riveli su se stesso ogni volta che apre bocca.

Ma Harry, almeno, è un problema di pubbliche relazioni. Peggiore per Carlo è Andrea, suo fratello minore.

Il 19 febbraio 2026 — nel giorno del suo sessantaseiesimo compleanno, perché il tempismo è tutto — l’ex principe Andrea viene arrestato dalla Thames Valley Police. L’accusa non riguarda direttamente le ragazzine di Epstein, come il mondo si aspettava da anni. È per certi versi più grave: misconduct in public office, l’accusa di aver passato documenti riservati del governo britannico a Jeffrey Epstein quando era inviato commerciale della Corona. Un principe della casa reale che fa la talpa per un pedofilo trafficante. Shakespeare non avrebbe osato tanto.

La cosa che rende tutto perfetto, nel senso greco della tragedia perfetta, è la cronologia. Carlo sapeva. Non è un’inferenza: la famiglia ha versato sedici milioni per convincere Virginia Giuffre a ritirare la causa, e Carlo vi ha contribuito personalmente con due milioni, assieme a tutta la famiglia.

Per anni protegge il fratello. Lo tiene al Royal Lodge, lo tiene nei titoli, lo tiene dentro il perimetro della famiglia reale come se l’affetto — o la complicità — potesse fare da argine alla storia. William, il figlio maggiore e futuro re, preme per fare pulizia. Il padre resiste. Fino a quando non ci riesce più, perché la pressione dell’opinione pubblica rende il quieto vivere impossibile. Allora, nell’ottobre 2025, lo priva dei titoli. Troppo tardi, ovviamente. Nella migliore tradizione dei re Carlo.

E qui bisogna fermarsi un momento. C’è la figura di un uomo vecchio e malato, che ha aspettato settant’anni per un ruolo che sognava da bambino, e che adesso si trova a dover scegliere tra proteggere il fratello e proteggere la corona. Ha scelto il fratello, per quanto ha potuto. È una scelta sbagliata — politicamente, istituzionalmente, moralmente. Ma è anche una scelta umana, nel senso peggiore e più comprensibile del termine: quella di qualcuno che non riesce a separare ciò che ama da ciò che dovrebbe fare. E i re, si sa, non possono permetterselo.

Ora si trova esattamente dove non voleva essere: al centro di un bivio in cui ogni strada porta al peggio. Gli consigliano seriamente di abdicare, per non lasciare la monarchia ancorata al suo regno, inchiodata allo scandalo del fratello, alla propria complicità nel coprirlo, al cancro che non passa. A palazzo ci sono due scuole di pensiero — quella di William e Kate, che dicono facciamo piazza pulita o saranno gli inglesi a farla della monarchia, e quella di Carlo, che temporeggia come un Amleto con la gotta. La Corona, dice la stampa, non è mai stata così impopolare dal 1936 — cioè dall’ultima volta che un re britannico ha abdicato.

Se abdica, del resto, consegna il trono a William in condizioni di emergenza, dopo aver bruciato il capitale simbolico che avrebbe dovuto permettere una transizione ordinata. E soprattutto, abdica dopo aver aspettato settant’anni. Settant’anni. Il tempo di una vita intera passata nella sala d’attesa della storia, per poi scoprire che quando finalmente ti chiamano, la visita dura meno del previsto e la diagnosi è infausta.

C’è qualcosa di profondamente wildiano — Oscar, non il gin — in questa parabola. L’importanza di chiamarsi Ernesto era una commedia sull’identità fittizia. L’importanza di non chiamarsi Carlo è una tragedia sull’identità reale: un uomo che ha passato la vita a prepararsi per un ruolo che proprio non gli riesce di interpretare, circondato da parenti che sabotano la produzione e da un fratello che ha trasformato la sua incoronazione in un processo.

Elisabetta, va detto, di tutto questo aveva più di un’intuizione. Tra i suoi figli, il preferito non era Carlo. Era Andrea. Il bello della famiglia, il simpatico, l’eroe delle Falkland. Quello che adesso esce da una stazione di polizia di provincia il giorno del proprio compleanno, con l’aria di chi ha finalmente capito che la festa è finita da un pezzo — e che forse non è mai davvero cominciata. La regina aveva l’occhio lungo per la diplomazia internazionale e cortissimo per i difetti dei propri figli: un tratto, questo sì, universalmente umano.

Intanto, io continuo a cantare mentalmente God Save the Queen. Non per nostalgia monarchica, che non mi appartiene. Ma perché God Save the King ancora non mi entra in testa, dopo decenni in cui la Queen, con tutti i suoi difetti, era una presenza granitica, una certezza geologica della politica internazionale. Il King, invece, pare avere la consistenza di una di quelle figure di cera di Madame Tussaud: somiglia moltissimo a un re, ma se lo tocchi si scioglie.

Del resto, come diceva quel tale: fratelli-coltelli. Carlo II d’Inghilterra lo sapeva bene. Carlo III lo sta scoprendo adesso. Con qualche secolo di ritardo — ma sempre in tempo per la catastrofe.

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