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Larijani: il macellaio kantiano

Larijani

C’è qualcosa che lascia a dir poco perplessi nel modo in cui molti media occidentali hanno raccontato la figura di Ali Larijani, uno di quelli che dava gli ordini nell’Iran repressivo degli ayatollà, ucciso durante uno dei raid israelo-americani. Non è solo una questione di sfumature, di aggettivi prudenti, di contesti aggiunti per attenuare il giudizio. È qualcosa che somiglia di più a snobismo culturale.

Davanti a Larijani — uomo di apparato, per anni ai vertici della sicurezza della Repubblica Islamica — i giornalisti occidentali sembrano aver avvertito una difficoltà specifica: quella di dire in modo semplice ciò che pure emerge con chiarezza dai fatti. Che si trattava di uno dei responsabili politici della repressione delle proteste iraniane del 2025-2026, concluse con migliaia di morti tra i manifestanti. Che era uno dei custodi di un sistema che perseguita gli omosessuali, reprime le donne per un velo indossato male, controlla la vita privata dei cittadini attraverso la coercizione.

Ratko Mladić e Radovan Karadžić non hanno mai goduto di questo trattamento. La loro immagine è rimasta quella di ciò che erano: esecutori e pianificatori di massacri, senza mediazioni. Nessun editoriale ha sentito il bisogno di ricordare un loro eventuale interesse per la filosofia prima di condannarli — anche perché quei due non avevano nulla che potesse impressionare una redazione di Francoforte o di Londra.

Nel racconto su Larijani, invece, l’evidenza svanisce. Al suo posto compaiono formule meditabonde: era un “pragmatico”, una “figura complessa”, un “intellettuale raffinato”. Non il dirigente di un apparato repressivo, ma l’autore di saggi su Immanuel Kant, lo studioso della Critica della ragion pura, il negoziatore colto capace di parlare con l’Occidente. Tutte cose vere, peraltro. Ma con l’effetto di smorzare nel lettore la verità brutale sul motivo per cui era tra gli obiettivi militari prioritari della guerra.

Il giornalista occidentale riconosce in Larijani qualcosa di familiare: il linguaggio della filosofia, i riferimenti canonici, la forma mentis dell’intellettuale. E questa familiarità produce un effetto di prossimità — non nel senso dell’empatia, ma in quello di una difficoltà a collocarlo nello stesso spazio simbolico riservato, senza esitazioni, ad altri responsabili di violenza meno presentabili.

Un esempio su tutti: Donald Trump. Nella rappresentazione di molti di quegli stessi media, Trump è l’anti-intellettuale per eccellenza — il leader che non solo non ha letto Kant, ma che ne farebbe quasi un vanto. Questa distanza dalla cultura alta radicalizza il giudizio invece di smorzarlo.

Il paradosso è limpido: il potere senza cultura viene giudicato senza esitazioni, che si tratti di un generale serbo o di un miliardario del Queens. Il potere con la cultura introduce una pausa, una cautela. Anche quando il primo opera in un sistema democratico e il secondo in uno che reprime sistematicamente il dissenso. Il criterio si sposta dalla gravità dei fatti al livello della biblioteca.

Eppure è proprio qui che la questione si rovescia. Se un dirigente politico formato alla filosofia kantiana partecipa alla gestione di un sistema che spara sui manifestanti e perseguita le minoranze, la sua cultura non è un’attenuante — semmai un’aggravante. Significa che la contraddizione non gli era invisibile. Deve averla pensata e deve aver trovato il modo di giustificarla. La filosofia, in questo caso, non ha funzionato come limite del potere ma come uno dei suoi strumenti: uno particolarmente efficace, capace di disarmare chi lo osserva dall’esterno.

Le migliaia di morti nelle strade di Teheran non diventano meno reali perché chi ha contribuito a quel sistema è percepito come un fine intellettuale. Il velo imposto, la persecuzione degli omosessuali, la repressione quotidiana non acquistano dignità filosofica per il fatto di essere compatibili, in qualche costruzione teorica, con una certa idea di ordine razionale.

Il macellaio con biblioteca resta un macellaio. Uno che, per inciso, ha letto Kant senza che sortisse alcun effetto visibile sulla legge morale dentro di sé.

Solo che, davanti ai suoi libri, certa stampa esita a dirlo. E quell’esitazione dice molto più su chi la prova che su chi ne è l’oggetto.

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