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La tassonomia degli infami che votano Si al referendum

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A pochi giorni dal voto, pur non avendo ancora deciso di votare No, mi pare chiaro che sia necessario non votare Si al referendum a causa delle infami compagnie con cui una persona morigerata e timorata di Dio rischierebbe di ritrovarsi.

Qui ho provato ad elencarle. Per mettere ordine. La conoscenza richiede tassonomie precise.

Il Massone

Maurizio Gelli, figlio del Venerabile Licio della famigerata loggia P2, annuncia il suo Sì e spiega che la separazione delle carriere era nel Piano di Rinascita Democratica del padre. La deduzione è immediata, bipartisan, trasversale: il Sì è massonico. Chi vota Sì è affiliato, consapevole o inconsapevole, alla loggia.

Sfugge ai più un dettaglio: il Piano Rinascita Democratica del 1976 anticipava anche il presidenzialismo, le televisioni private, la devolution regionale. Se la logica della contaminazione gelliana fosse applicata con coerenza, mezza Costituzione sarebbe da commissariare e entrambi gli schieramenti avrebbero dovuto chiedere i diritti d’autore a Gelli invece di scendere in campo per conto loro.

E poi c’è Pannella — il Pannella del tormentone contro la “P2-P38-Pci-Pscalfari”, quell’anarchico libertario che faceva lo sciopero della sete davanti ai tribunali — che chiedeva la separazione delle carriere nel 1967, quando Licio Gelli era ancora un oscuro faccendiere in cerca di tessere. Un dettaglio. Presumibilmente un optional in campagna referendaria.

Il Camorrista

Nicola Gratteri, già magistrato di frontiera, ha spiegato che la riforma favorisce la criminalità organizzata. Ergo: chi vota Sì aiuta la camorra o la mafia o la ‘ndrangheta. Non necessariamente con consapevolezza — anche il filo-camorrista involontario merita la sua categoria scientifica. È una forma di colpa oggettiva, come quella del codice penale pre-illuminista che aveva smontato Cesare Beccaria. Con poco successo, a quanto pare.

Restano però alcuni fatti ingombranti. Francia, Germania, Spagna hanno le carriere separate da decenni e non risultano particolarmente infiltrate dalla criminalità organizzata — anzi, i loro indici di corruzione sistemica fanno impallidire i nostri. E soprattutto: Giovanni Falcone, che della camorra e della mafia conosceva qualcosa per ragioni professionali, era favorevole alla separazione. Falcone era un camorrista inconsapevole? La categoria comincia a scricchiolare.

Il Berlusconiano

Questa è la categoria più longeva, la più solida sul piano emotivo, la più fragile sul piano storico.

La logica è semplice: Berlusconi voleva la separazione delle carriere, dunque chiunque la voglia è, per proprietà transitiva, berlusconiano. Poco importa che Pannella la chiedesse nel 1967, quando Berlusconi vendeva appartamenti a Milano Due. Poco importa ciò che viene dopo.

Perché quello che viene dopo è imbarazzante.

1997: la Commissione Bicamerale di Massimo D’Alema — unico presidente del Consiglio della Repubblica italiana cresciuto nel PCI, non esattamente un agente di Mediaset — propone “due distinti ruoli: giudicante e requirente, con due diversi Csm”. Firmatari: D’Alema, Violante, Bassanini, Salvi. Il progetto muore quando Gherardo Colombo rilascia un’intervista al Corriere che sconsiglia…

2001: la separazione è nel programma dell’Ulivo, firmato da Fassino e Rutelli. 2007: la Camera approva un ddl costituzionale sulla separazione, sostenuto ancora da Violante e Fassino. Cade il governo, cade il ddl. Violante lascia agli atti: “La separazione è un obiettivo storico della sinistra riformista.” 2014: Orlando, guardasigilli di Renzi, introduce il divieto di passaggio tra pm e giudice e dichiara che “la separazione delle carriere è il passo successivo.” 2019: al congresso del Pd, Serracchiani — oggi voce del No — firma una mozione che recita: “Non possiamo più difendere l’unità della toga come dogma.” 2022: nel programma elettorale del Pd: “Completare la separazione delle funzioni con percorsi di carriera distinti.”

Sette passaggi in venticinque anni. Sette volte la stessa sinistra che oggi grida al Piano Gelli e che invece aveva messo nero su bianco più o meno la stessa proposta che troverà sulla scheda referendaria.

La categoria del “Berlusconiano” richiederebbe una revisione scientifica urgente. Ma è più comodo dimenticare quello che si scriveva il giorno prima. Immemori, li chiamano.

Il Nemico della Magistratura

Categoria più sfumata, quasi impressionista. Non occorre essere massone, camorrista o berlusconiano: basta non fidarsi ciecamente del sistema attuale.

Se pensi che un PM non dovrebbe poi fare il GIP sullo stesso fascicolo su cui ha indagato, sei contro le toghe. Se ricordi che il caso Palamara non era un’anomalia ma una struttura — un sistema di correnti che distribuiva nomine, incarichi e carriere con la precisione di un partito politico — sei un populista anti-sistema. Se citi l’articolo 111 della Costituzione, quello che parla di “giudice terzo e imparziale” e “parità delle parti”, stai facendo il gioco della destra. Il garantismo, in questa tassonomia, è una malattia a trasmissione berlusconiana.

Il fatto che quella stessa terzietà fosse il cuore della riforma accusatoria di Vassalli nel 1989 — riforma voluta e approvata dalla sinistra — è un altro optional. Come Pannella. Come Falcone.

Il Caso Imbarazzante

Qui la tassonomia si inceppa definitivamente.

Antonio Di Pietro vota Sì. Ex PM, simbolo di Mani Pulite, uno che la magistratura l’ha praticata dall’interno per vent’anni. In quale classe lo mettiamo? Massone? Camorrista? Berlusconiano?

Giuliano Pisapia vota Sì. Ex sindaco di Milano, avvocato penalista, sinistra storica. Armando Spataro — magistrato, pubblico ministero antiterrorismo — ha argomentato per la separazione. Gustavo Zagrebelsky, già presidente della Corte Costituzionale, non è esattamente un uomo di destra. Cesare Salvi, uno dei firmatari della proposta D’Alema del 1997, vota Sì oggi come allora.

La tassonomia richiederebbe a questo punto una voce residuale, quella degli inclassificabili. Persone che hanno ragionato sulla questione per decenni, nel diritto, nella magistratura, nella politica progressista, e sono arrivate alla stessa conclusione — non per affinità con Gelli, non per nostalgia berlusconiana, ma perché il rito accusatorio sembra avere una logica interna che chiede, coerentemente, carriere separate.

Nota metodologica

Lo stoico Epitteto, nel Manuale, distingueva con rigore tra ciò che dipende da noi e ciò che non dipende da noi. Avrebbe probabilmente suggerito una terza categoria: ciò che non c’entra nulla con noi ma ci viene appiccicato addosso per ragioni di convenienza retorica.

Il problema dell’argumentum ad personam per contaminazione è che funziona finché non si guarda la lista completa dei contaminati. A quel punto, o si ammette che la lista è troppo lunga e troppo eterogenea per reggere la tesi, oppure si allarga indefinitamente la categoria degli infami fino a includervi chiunque abbia mai ragionato in modo autonomo su questo argomento.

La seconda opzione sembra quella preferita. Il che meriterebbe una categoria a sé in un’altra tassonomia.

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