Neanche il tempo di metabolizzare Trescore Balneario — il tredicenne che accoltella la professoressa di sostegno, cinque coltellate, movente ancora da chiarire, dibattito pubblico già avviato sul nulla — e arriva la notizia da Pescara-Perugia: un diciassettenne arrestato dal ROS perché stava pianificando una strage scolastica. Ci sono manuali per sintetizzare TATP, istruzioni per armi in 3D, documenti su agenti batteriologici, un canale Telegram chiamato Werwolf Division dove Breivik e Tarrant vengono celebrati come santi. Stavolta sette minorenni indagati in quattro regioni. Praticamente non un pazzo isolato, una rete vera e propria.
Due episodi in due settimane, due livelli di gravità diversa ma con una matrice comune che sarebbe strano non intravedere. La considerazione implicita è: la scuola non è un posto sicuro?
E la domanda che circola è la classica: dove stiamo andando?
Diciamolo subito: è la domanda sbagliata. Implica un movimento, una direzione da correggere. La verità è che non stiamo andando da nessuna parte — piuttosto ci siamo già arrivati, probabilmente da un po’, e semplicemente adesso i casi diventano notizia con una frequenza che non consente più la rimozione collettiva.
La domanda giusta, invece, è un’altra. Riguarda tutti, non solo i ragazzi. La domanda giusta è: cosa abbiamo prodotto.
Abbiamo prodotto una generazione formata — con meticolosa coerenza, da famiglia, scuola, piattaforme e mercato — alla performance sociale come unico parametro di esistenza. Non alla competenza, non alla relazione, non alla costruzione paziente di qualcosa. Alla visibilità. Al consenso immediato. All’impatto. Così la violenza non è una patologia ma una strategia. Che funziona, buca il web, genera reazioni, produce identità.
Il tredicenne di Trescore non sparisce nell’anonimato: diventa il centro di ogni conversazione per quarantotto ore. Il diciassettenne della Werwolf Division — se avesse portato a termine il piano — avrebbe raggiunto l’obiettivo supremo dell’accelerazionismo: diventare un evento, un mito, un santo nel pantheon di Columbine.
Non sono necessariamente psicopatici. Sono prima di tutto il prodotto logico di un sistema che ha scambiato la formazione con l’addestramento e la crescita con il personal branding.
Detto questo, bisogna resistere alla tentazione opposta: quella di fare dei ragazzi delle vittime pure, prodotti inconsapevoli di forze oscure. Un tredicenne che accoltella cinque volte una persona sa cosa sta facendo. Un diciassettenne che studia la sintesi del TATP ha percorso una strada lunga, con bivi, e ha scelto. La responsabilità individuale esiste, anche nei minori. Il problema è che si forma in un contesto.
Il contesto è prima di tutto la famiglia, che se ne cura a malapena, e una scuola che da un bel po’ viene sistematicamente svuotata di senso: ridotta a erogatore di certificazioni, priva di psicologi strutturali, con insegnanti trasformati in funzionari della valutazione e dirigenti che gestiscono l’emergenza del giorno. Il contesto è una famiglia che delega e una rete di servizi territoriali che non esiste o non intercetta. Il contesto sono piattaforme progettate con precisione ingegneristica per massimizzare il tempo di esposizione e che, come effetto collaterale non secondario, costruiscono camere d’eco dove ogni radicalizzazione trova conferma e comunità.
E il contesto è la politica che a ogni episodio produce la stessa risposta: una misura fotogenica che risolve il problema narrativo senza toccare quello reale. Valditara, puntuale come un orologio svizzero, ha commentato l’arresto del diciassettenne ribadendo che bisogna lavorare sul tema dei social e che il disegno di legge sui minori under 14 è molto equilibrato. Il ragazzo aveva 17 anni. Frequentava Telegram. Ma questo dettaglio non entra nel comunicato.
Vietare i social ai minori di 14 anni è la risposta che permette di non rispondere. È misurabile, comunicabile, esportabile in tre righe, e non costa nulla — né politicamente né economicamente. Costerebbero psicologi in ogni scuola. Educatori territoriali. Formazione seria del personale scolastico sul disagio adolescenziale.
Costerebbe una seria riflessione sulla società che stiamo costruendo. Anzi, che abbiamo costruito.
Quindi non si fa, o si fa in forma decorativa. Poi ci si stupisce.
Non stiamo andando verso una società violenta. Ci viviamo già, con sacche di violenza giovanile che diventano visibili solo quando raggiungono una soglia di spettacolarità sufficiente a fare notizia. Sotto quella soglia, il disagio è silenzioso, capillare, e perfettamente ignorato.
Il ROS ha fermato una strage. Ha fatto bene il suo lavoro. Ma il ROS arriva quando la traiettoria è compiuta. La domanda è cosa succede prima —nelle famiglie, nelle aule, nelle case. E quella domanda continua a non avere né risposta, e nemmeno un interlocutore.












