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La mobilità docenti spiegata a chi urla all’ingiustizia

mobilità docenti

Ogni anno, con la puntualità delle rondini e degli esami di maturità, sui gruppi Facebook dedicati al personale scolastico si ripete lo stesso rito. C’è chi posta un messaggio indignato sulla mobilità, raccoglie una trentina di commenti solidali, e tutto si chiude con un “ritenteremo il prossimo anno” che sa di requiem laico. Il punteggio era altissimo. Il sistema è opaco, kafkiano. I sindacati dormono.

Eppure, se si smette un momento di lamentarsi e si legge il contratto, si scopre che il meccanismo funziona esattamente come è stato pensato. Ed è stato pensato per tutelare quante più esigenze possibile.

Come funziona

La mobilità si articola in tre fasi sequenziali: prima i movimenti all’interno dello stesso comune, poi quelli tra comuni della stessa provincia, infine, con i posti rimasti e un ulteriore accantonamento per le immissioni in ruolo, la mobilità interprovinciale. Il punteggio non opera tra le fasi, ma all’interno di ciascuna. Essere il docente con il punteggio più alto d’Italia non serve a nulla se si partecipa alla fase sbagliata. Un collega con meno anni di servizio ma titolato alla mobilità provinciale passa prima. Sarò chiaro: non è un’ingiustizia ma l’architettura del sistema.

E questa architettura esiste per un motivo preciso. La scuola italiana gestisce il personale su base provinciale, non nazionale. Se la mobilità fosse regolata dal solo punteggio su scala nazionale, si innescherebbe uno scorrimento generale degli organici, con i docenti più anziani che migrerebbero in massa verso le province più ambite, lasciando vuoti strutturali altrove e paralizzando la programmazione delle scuole. Ma soprattutto con i docenti perdenti posto che rischierebbero trasferimenti d’ufficio perfino fuori la propria regione.

Le fasi servono a evitarlo. Non è una penalizzazione ma una gerarchia di priorità che protegge la stabilità del sistema e anche di chi, in questo momento, ogni anno , urla all’ingiustizia.

C’è poi una dimensione strutturale che le discussioni nei gruppi generici sfiorano soltanto. Una parte consistente di chi aspetta il trasferimento è entrata in ruolo al Nord, tra Lombardia, Piemonte, Veneto, Emilia, sicuramente non per scelta, ma perché era lì che c’erano posti disponibili. Sono docenti campani, calabresi, siciliani che da anni insegnano a mille chilometri da casa, accumulano punteggio e ogni anno si scontrano con la stessa realtà: i posti disponibili nelle province meridionali di destinazione sono pochi, e si riducono.

Nel loro caso il motivo non è l’algoritmo ma la demografia. Calo delle nascite, spopolamento, accorpamento di istituti. Meno alunni, meno classi, meno cattedre. La coda si allunga di anno in anno, e chi aspetta di tornare dovrà aspettare ancora. Scaricare tutto questo sul meccanismo della mobilità è comodo, ma non risolve nulla perché è un problema di politica nazionale, della scelta su come investire nell’istruzione nei territori in declino demografico.

Sul sistema c’è da discutere. La percentuale riservata all’interprovinciale è generalmente bassa, i vincoli post-concorso creano distorsioni reali, le precedenze legate alla legge 104 andrebbero probabilmente riformate. Sono questioni serie che meritano risposte serie.

Quello che non le merita è il post che comincia con “è assurdo che io con vent’anni di servizio non riesca a tornare a casa mia”, scritto da chi confonde un desiderio legittimo con un diritto che però nessun contratto ha mai riconosciuto. Non poteva.

Perché la mobilità non è un sistema di rimborso dei sacrifici personali ma un meccanismo di governo degli organici scolastici. Comprenderlo prima di postare aiuterebbe a parlarne con più cognizione di causa e perfino a criticarlo per cambiarlo, non solo per sfogarsi.

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