Come si risolve il problema delle aggressioni degli studenti ai loro professori? Niente repressione, niente pugno duro. Piuttosto cominciamo ad abolire la lezione frontale. Lo ha detto il pedagogista Daniele Novara a Porta a Porta. Magari in una maniera un po’ più sfumata, ma la sostanza è quella.
Novara del resto dice queste cose da oltre trent’anni. Ha un centro di formazione ed ha elaborato un metodo che porta il suo nome. La pedagogia maieutica è la sua creatura. Ovviamente la cosa ha suscitato più di una critica tra i docenti e più di un consenso tra famiglie e studenti. La colpa è della scuola. Ottimo.
Va detto che Novara, su una cosa, vede giusto ed ha ragione. I ragazzi che arrivano a scuola oggi hanno spesso una soglia di tolleranza molto bassa. Non reggono la contrarietà. Non accettano il limite. Esplodono quando le cose non vanno nella loro direzione. Lo dice lui, lo vediamo tutti.
Dove Novara sbaglia è nel passaggio successivo. In pratica vede il sintomo ma sbaglia la causa. E sceglie la terapia sbagliata.
Da anni il suo convegno annuale, riconosciuto dal MIUR, con annessa quota di iscrizione, ha un nemico fisso: la lezione frontale. L’alternativa si è chiamata nel tempo cooperative learning, debate, circle time, flipped classroom, learning by doing. Oggi si chiama situazione-stimolo, che “fa esplodere il gusto della domanda, della ricerca, del laboratorio”. Certamente un po’ meglio dell’abuso di nomi inglesi, requisito evidentemente ritenuto indispensabile per l’innovazione pedagogica italiana. Peccato siano tutti insegnati ai docenti con lezioni frontali, nei corsi di aggiornamento obbligatori, da formatori che parlano per tre ore filate davanti a una platea di insegnanti seduti in fila.
Ma tornando al punto, la lezione frontale può in effetti fare l’effetto di una noiosa messa cantata. Ma lo è quando le togli il contesto che la rende efficace. Ricordo con precisione come funzionava il latino al liceo, negli anni Ottanta. Il professore spiegava dalla cattedra. Ma spiegava poco e assegnava molto. Alla lezione successiva entrava, apriva il registro, chiamava un nome. Quello si alzava e traduceva. E prendeva un voto. Non esisteva spiegazione senza verifica, trasmissione senza pretesa, lezione senza interrogazione. E l’interrogazione era esigente. Il formato era arido. I risultati erano concreti, perché il ciclo era chiuso.
Quello che è stato smontato in vent’anni non è la lezione frontale. È la pretesa cognitiva. Il voto che pesa, l’interrogazione che non si evita, la promozione che non è garantita. La lezione frontale è rimasta, svuotata del suo completamento naturale. Una messa da ascoltare fino alla fine senza passione ma soprattutto senza conseguenze.
E qui viene il punto che Novara non affronta mai. Un ragazzo che non regge la contrarietà, che manca del senso del limite, che arriva a scuola in stato di deprivazione educativa, quel ragazzo starà meglio se cambia il modo di spiegare? Imparerà di più nel cooperative learning? Si formerà nel circle time?
La risposta è no. Perché il problema non è il formato. È che imparare fa fatica, e quella fatica va accettata da chi apprende, pretesa da chi insegna.
Qualunque metodo usi, frontale, capovolto, cooperativo, maieutico, se non c’è dentro l’esigenza, la verifica, la pretesa, non ottieni nulla. Ottieni ragazzi che hanno fatto circle time invece di ragazzi che hanno fatto lezione frontale. Stessa deprivazione educativa, altro formato.












