Ma è proprio vero che Trump è quel personaggio imprevedibile e caotico, mosso più dall’istinto che dalla strategia che preoccupa mezzo mondo e affascina l’altra metà?
L’attacco all’Iran di Khamenei del 28 febbraio, assieme all’operazione “Maduro” a Caracas di gennaio, fanno sorgere più di un dubbio. Due operazioni militari in meno di due mesi, due paesi con enormi riserve petrolifere, due odiati dittatori rimossi dalla scena senza contraccolpi reali.
Se guardiamo con attenzione alle due operazioni — i dati energetici, le valutazioni d’intelligence, le mosse sui mercati — sembrerebbe una storia diversa guidata da un disegno freddo, coerente, con un obiettivo preciso. Insomma: il caos è lo stile. La sostanza è tutt’altra cosa.
Il copione venezuelano: come funziona il metodo
In Venezuela la risposta alla domanda “per chi è cambiato qualcosa?” è già disponibile, e non è confortante. La vecchia leadership chavista è rimasta tutta al suo posto, con l’eccezione di Maduro. La stessa missione ONU sul campo ha ricordato che nelle gravissime violazioni dei diritti umani — uccisioni extragiudiziali, sparizioni, incarcerazioni arbitrarie — sono coinvolti altri esponenti apicali del regime, oltre a Maduro.
Al vertice è arrivata Delcy Rodríguez, già vicepresidente di Maduro. María Corina Machado, la leader dell’opposizione e premio Nobel per la pace, l’ha definita “una dei principali architetti della tortura, persecuzione e corruzione del regime”. Rodríguez aveva trattato direttamente con l’amministrazione statunitense la caduta di Maduro proprio per salvare il chavismo. È la sopravvivenza del chavismo senza Maduro — o meglio, grazie alla caduta di Maduro che era diventato il volto impresentabile di un sistema rimasto intatto senza di lui.
In Venezuela Trump non ha parlato di diritti umani: ha rivendicato il controllo sulle risorse naturali venezuelane, dichiarando apertamente il primato statunitense sul petrolio del paese. Amnesty International ha documentato come i crimini contro l’umanità stiano continuando durante il governo ad interim di Rodríguez, con l’impunità per i crimini del decennio precedente intatta.
Il meccanismo è semplice nella sua brutalità: via il dittatore visceralmente odiato, si lascia in piedi il sistema che lo aveva prodotto e si ottiene in cambio il controllo delle risorse. La popolazione che si sperava di liberare rimane dov’era. Il petrolio cambia rotta.
I numeri: il petrolio sanzionato come arma strategica
Per capire perché questo sembrerebbe un disegno e non una sequenza di episodi, bisogna guardare i numeri. Nel 2024 la Cina acquistava circa il 68% del petrolio esportato dal Venezuela, pari a circa 594.000 barili al giorno, secondo la U.S. Energy Information Administration. Dopo l’operazione militare statunitense del 3 gennaio, quel flusso si è ridotto a circa 166.000 barili al giorno: un calo del 75% in poche settimane.
Sul fronte iraniano la posta è molto più alta. Quasi tutte le esportazioni di petrolio iraniano sono dirette verso la Cina, principalmente verso le raffinerie indipendenti della provincia di Shandong. Il greggio iraniano ha rappresentato circa il 13% delle importazioni cinesi di petrolio via mare nell’ultimo anno. Nella prima metà del 2025 le importazioni cinesi di greggio iraniano avevano raggiunto 1,7 milioni di barili al giorno, con una crescita del 40% rispetto all’anno precedente, nonostante le sanzioni USA sulla cosiddetta “ghost fleet”. In alcuni periodi, fino al 90% delle esportazioni di petrolio iraniano è stato destinato alla Cina. Finora.
Il dato che chiude il cerchio viene da Startmag: si stima che oltre il 30% del greggio importato dalla Cina arrivi da nazioni sottoposte a sanzioni statunitensi. Le importazioni di petrolio sono cruciali per Pechino perché soddisfano il 70% della domanda energetica cinese. Se Washington controllasse anche il flusso iraniano — dopo aver già interrotto quello venezuelano — finirebbe per tenere in mano una quota determinante dell’approvvigionamento energetico del suo principale rivale strategico.
Senza tener conto dello Stretto di Hormuz, attraverso il quale transita circa il 20% dell’offerta petrolifera mondiale, secondo l’EIA statunitense.
L’analista Florian Weidinger di Santa Lucia Asset Management ha dichiarato alla CNBC: “Questo ha ramificazioni decisamente più grandi del Venezuela. Il Venezuela era rilevante solo per chi si preoccupava di quel particolare greggio pesante.” Lo Stretto è il rubinetto di un quinto del petrolio mondiale, e il principale utilizzatore di quel rubinetto è la Cina, che nel solo primo trimestre 2025 vi ha importato 5,4 milioni di barili al giorno.
L’Iran: stesso copione, posta più alta
Quando Stati Uniti e Israele hanno lanciato l’Operazione Epic Fury contro l’Iran — quasi 900 attacchi nelle prime dodici ore secondo fonti del Pentagono — Trump ha dichiarato: “Il nostro obiettivo è difendere il popolo americano eliminando le minacce imminenti del regime iraniano.” Poi, in un secondo messaggio rivolto direttamente agli iraniani: “Quando avremo finito, prendete il vostro governo. Sarà vostro da prendere. Questa sarà probabilmente la vostra unica occasione per generazioni.”
La narrazione si appoggia sull’immagine pubblica di Khamenei e del suo regime teocratico, illiberale, repressivo. Qui Israele fornisce la copertura ideologica più credibile: ha motivi reali e comprensibili per volere la fine del regime degli ayatollah, e la sua partecipazione all’operazione assomiglia a una guerra di libertà.
Vero o meno è una funzione narrativa preziosa.
Il problema è che questa narrazione, negli USA cozzava già al momento del lancio con le valutazioni della propria intelligence, la famigerata CIA. Nelle settimane precedenti agli attacchi, la CIA aveva prodotto valutazioni che concludevano come, anche nell’ipotesi dell’eliminazione di Khamenei, il suo successore più probabile sarebbe stato individuato tra le figure più intransigenti dei Pasdaran. I rapporti, riferiscono fonti anonime a Reuters, non assegnavano certezza ad alcuno scenario. La CIA aveva declinato ogni commento ufficiale.
Detto altrimenti: l’operazione è partita sapendo che non avrebbe prodotto democrazia. L’Atlantic Council ha descritto lo scenario più probabile con il termine “IRGCistan”: uno Stato a controllo militare con il potere saldamente nelle mani dei Pasdaran.
Chatham House, l’autorevole think tank britannico, è più diretto: “Lo spazio tra il collasso di un regime e il consolidamento democratico è storicamente la fase più pericolosa. L’Iran non è l’Iraq del 2003: ha istituzioni statali più coese, una struttura ideologica profondamente radicata e reti regionali che si estendono ben oltre i suoi confini.”
Esattamente come in Venezuela. Via il dittatore odioso — e Khamenei lo era, come Maduro, e non va minimizzato — ma nessuno sforzo reale per cambiare il regime. Risultato probabile? Un Iran governato dai Pasdaran con la benedizione silenziosa di Washington, in cambio del controllo di Hormuz e del taglio dei rifornimenti energetici alla Cina.
Quello che dicono i giuristi (e perché conta)
Va detto con chiarezza che il disegno strategico non cancella la questione del diritto internazionale: la rafforza. Se l’obiettivo è il controllo delle risorse e non la libertà dei popoli, allora le violazioni legali non sono effetti collaterali ma strumenti consapevoli. Alle proteste (scontate) di Cina e Russia, fa da contraltare il rumoroso silenzio degli alleati, europei e non, mentre sono i giuristi occidentali a preoccuparsi pubblicamente.
Marko Milanovic, professore di diritto internazionale pubblico all’Università di Reading, Senior Fellow del Centro NATO per la Cyber Difesa e consulente della Corte Penale Internazionale, impegnato nei procedimenti sui crimini di guerra in Ucraina — difficile accusarlo di simpatie antioccidentali — ha dichiarato al Middle East Eye: “Gli attacchi sono chiaramente illegali, in quanto violano la Carta ONU, che proibisce il ricorso unilaterale alla forza tra Stati.” Nessuna delle tre letture possibili del diritto di autodifesa è applicabile al caso iraniano.
Ben Saul, professore di diritto internazionale all’Università di Sydney e Relatore Speciale ONU, ha aggiunto: “Questa è un’aggressione di Israele contro l’Iran. Non esiste alcun argomento concepibile nel diritto internazionale secondo cui si tratterebbe di autodifesa.” Emily Crawford, anche lei professoressa all’Università di Sydney, ha formulato il paradosso con precisione: “Se il programma nucleare è stato davvero danneggiato per decenni come gli USA hanno sostenuto dopo i raid del 2025, perché attaccare di nuovo? L’argomento ‘l’Iran sta per avere la bomba’ sembra una copertura per il cambio di regime — e il diritto internazionale non supporta il cambio di regime come giustificazione per un intervento militare.”
La colonnella in pensione Rachel VanLandingham, già responsabile del diritto internazionale al Comando Centrale USA (CENTCOM), ha dichiarato: “Questo non solo viola il diritto internazionale sotto molteplici profili, ma viola chiaramente la Costituzione degli Stati Uniti e il War Powers Resolution.”
Non è trascurabile che gli attacchi siano stati lanciati mentre erano in corso negoziazioni attive: due giorni prima dei bombardamenti, il round più intenso di colloqui USA-Iran si era concluso a Ginevra con l’accordo di entrambe le parti a continuare. Poi sono arrivate le bombe. La diplomazia era ancora in piedi: è stata abbattuta deliberatamente, il che suggerisce che non era mai stata l’obiettivo reale.
La guerra silenziosa: la Cina negozierà?
Quella che i media descrivono come una guerra per la libertà potrebbe essere in realtà una guerra commerciale in piena regola, ma combattuta con le bombe. Il bersaglio dichiarato è il regime iraniano. Il bersaglio reale è la dipendenza energetica cinese.
Il disegno, se questa lettura fosse corretta, è di una coerenza quasi ammirevole nella sua brutalità. Con Pechino che si trova improvvisamente in una posizione negoziale molto più debole di quanto fosse a inizio anno.
La domanda a cui nessuno a Washington risponde pubblicamente è la stessa che si poneva dopo il Venezuela: cosa viene dopo? Trump ha parlato di cambio di regime, di popolo iraniano libero, di distruzione del programma nucleare. Sono tre obiettivi distinti che potrebbero non essere raggiungibili simultaneamente e che potrebbero perfino lavorare l’uno contro l’altro.
Ma se davvero c’è un quarto obiettivo non dichiarato, quello sarebbe costringere la Cina al tavolo. Su commercio, Taiwan, tecnologia. Su tutto.
C’è da chiedersi se un Iran governato dai Pasdaran, militarmente degradato e con i canali commerciali sotto pressione statunitense, sia più o meno funzionale a questo obiettivo di un Iran democratico e indipendente. Un calcolo cinico che però trova conferme in un Venezuela governato dagli uomini di Maduro che è risultato funzionale non appena ha accettato di vendere il proprio petrolio a Washington invece che a Pechino.
Il caos è lo stile. Il petrolio è la sostanza. E la popolazione iraniana — come quella venezuelana — rischia di ritrovarsi con gli stessi oppressori di prima, qualche bombardamento alle spalle, e il sospetto che il proprio paese è stato negoziato sopra la loro testa.
Nei prossimi mesi sapremo se questa lettura è corretta. Se la Cina aprirà canali negoziali con Washington su commercio e Taiwan, il disegno si chiuderà davanti ai nostri occhi. Se non lo farà, la partita continuerà con altre mosse. In ogni caso, chiamarla guerra per la libertà sarà sempre più difficile.












