Nella notte tra il 25 e il 26 febbraio, nella sede romana di Fratelli d’Italia in via della Scrofa, si è consumato quello che i giornali hanno ribattezzato “conclave”: rappresentanti di FdI, Lega, Forza Italia e Noi Moderati hanno definito l’architettura dello Stabilicum, la nuova legge elettorale destinata a sostituire il Rosatellum.
Il testo elimina i collegi uninominali e introduce un proporzionale con premio di maggioranza: settanta seggi aggiuntivi alla Camera e trentacinque al Senato per la coalizione che supera il 40% dei voti. Se nessuno raggiunge la soglia, si prevede un ballottaggio. Le liste restano bloccate. Il candidato premier va indicato nel programma depositato al Viminale, non sulla scheda.
La discussione pubblica si è concentrata su soglie, premi e ballottaggi. Ma il punto decisivo non è ciò che cambia: è ciò che resta immutato: un Parlamento di nominati.
La continuità silenziosa
Si racconta spesso la Seconda Repubblica come una frattura netta rispetto alla Prima: fine dei partiti di massa, crollo della DC e del PCI, nascita di formazioni leggere, leaderistiche, mediatiche. E la discontinuità storica c’è stata, ma è stata soprattutto simbolica.
La cifra odiosa della Prima Repubblica era quel meccanismo che Marco Pannella chiamava “partitocrazia”: il controllo delle candidature, la fedeltà interna al partito prima di tutto, la centralità delle segreterie. Dopo Tangentopoli, il sistema è cambiato nelle forme, non nella sostanza. I partiti non sono più macchine ideologiche radicate nel territorio; sono strutture verticali, con minore partecipazione e maggiore concentrazione del potere decisionale.
Le liste bloccate, introdotte nel 2005 e mai realmente abbandonate, hanno consolidato questa trasformazione. Il parlamentare non è scelto dagli elettori, ma collocato in lista da un vertice. La rielezione dipende dalla fedeltà interna, non dal giudizio degli elettori sul candidato.
Lo Stabilicum non tocca questo nodo. Anzi, lo rende più lineare e perfino trasparente. Chi vota prende a scatola chiusa gli eletti che il partito ha indicato. Che se una volta erano “garantiti” almeno sul piano ideologico, al tempo della fine delle ideologie sono garantiti da meccanismi interni completamente e legittimamente opachi.
L’illusione della stabilità
Il mantra del nuovo sistema è la promessa di stabilità grazie al premio di maggioranza, una coalizione al 40% potrebbe ottenere ben oltre la maggioranza dei seggi. È una stabilità aritmetica, costruita sul rapporto tra voti e seggi. E se la stabilità di governo è a prima vista una cosa buona per il Paese, il meccanismo incontra soprattutto l’interesse di chi punta al governo senza il bisogno di contrattare il proprio programma in un parlamento a maggioranze variabili.
Fatto è che la stabilità italiana non è solo un problema di numeri parlamentari. Nasce piuttosto dalla debolezza strutturale dei partiti e dalla distanza tra eletti ed elettori.
Nel 2022 l’affluenza alle politiche è scesa al 64%. Negli anni Settanta superava il 90%. Le regionali del 2025 si sono attestate intorno al 44%. L’astensione non è semplice disinteresse: è un segnale di sfiducia nella capacità del voto di incidere sulla selezione reale della classe dirigente. Quando il cittadino vota un simbolo e non può incidere sui nomi, il voto diventa un atto identitario. Una dichiarazione di appartenenza, non uno strumento di controllo.
Accountability: la parola assente
Nel dibattito sullo Stabilicum si discute di soglie di sbarramento, premi di maggioranza, ballottaggi. E come era stato per le altre leggi elettorali, raramente si nomina la parola centrale per l’elettore: accountability.
Senza eccessi didascalici, resta il fatto che un sistema democraticamente sano è quello in cui chi viene eletto risponde a qualcuno che può premiarlo o punirlo. Nei collegi uninominali, questo “qualcuno” è il territorio. Con le preferenze, è l’elettore che sceglie il candidato (al netto delle distorsioni possibili). Con primarie aperte, competitive e trasparenti è almeno una base ampia.
Nel sistema attuale — e ancora di più in quello proposto — il referente principale dell’eletto è la segreteria che lo ha inserito in lista. Non esiste un collegio identificabile che possa chiedere conto delle sue scelte. Non esiste un meccanismo semplice con cui l’elettore possa sanzionare un comportamento.
La continuità della partitocrazia si manifesta proprio qui: nella selezione controllata, nella fedeltà verticale, nella scarsa contendibilità delle posizioni.
Un Parlamento senza territorio
L’abolizione dei collegi uninominali prevista dallo Stabilicum non crea il distacco tra eletto e territorio: lo completa. Già oggi quel legame è fragile, sostanzialmente simbolico.
Il parlamentare non rappresenta più un’area geografica riconoscibile. Rappresenta una quota di lista. Il suo rapporto è con il gruppo parlamentare, non con una comunità territoriale. Questo favorisce una classe politica selezionata per fedeltà e compatibilità interna più che per radicamento o competenza. Il trasformismo prospera in questo contesto: cambiare gruppo non comporta un costo elettorale diretto, perché nessun elettore identificabile può sanzionare il cambio di casacca.
Il problema che resta
In Italia il sistema elettorale cambia spesso: Mattarellum, Porcellum, Italicum, Rosatellum, ora Stabilicum. Ogni riforma viene presentata come soluzione definitiva. Ogni volta il dibattito si concentra sugli equilibri del momento, mai sulla domanda strutturale: a chi risponde chi viene eletto?
La vera riforma — quella che i partiti si guardano bene dal fare — è restituire all’elettore il potere di scegliere e di valutare. Il Parlamento dei nominati non nasce con lo Stabilicum. Lo precede. E probabilmente sopravvivrà anche alla prossima riforma.
Tutto il resto è ingegneria istituzionale al servizio delle oligarchie impegnate nella loro scalata al potere.












