Nicola Gratteri è un magistrato con una biografia da romanzo e una moralità che non si discute.
Calabrese di Gerace, del 1959, entra in magistratura negli anni Ottanta e sceglie di fare il pm antimafia in casa propria, dove la ’ndrangheta non è un fenomeno da studiare ma un potere con cui convivere ogni giorno. Dal 1989 — trentasette anni — vive sotto scorta. Il che non è una semplice nota biografica, ma una condizione esistenziale permanente, il prezzo pagato in anticipo ogni mattina quando esce di casa. Ha coordinato alcune delle più grandi operazioni giudiziarie contro i clan calabresi, ha scritto libri che hanno contribuito a far conoscere la ’ndrangheta al grande pubblico quando ancora se ne parlava poco, e nel 2023 è diventato procuratore della Repubblica di Napoli — nomina ottenuta con 19 voti su 30 al CSM, grazie a centrodestra, M5S e togati di Magistratura Indipendente, nonostante il voto contrario compatto di tutta la sinistra giudiziaria.
Culturalmente ha il profilo di un uomo d’ordine meridionale, cattolico nell’etica, durissimo nel metodo. In un’intervista ha detto esplicitamente: «Non sono né di destra né di sinistra. Ho le mie idee. Sul sistema carcerario e l’esecuzione della pena non ci sono molte distanze con Salvini». Le sue posizioni concrete disegnano un profilo coerente, lontano dalla sinistra garantista: è favorevole a pene certe e carcere effettivo, critico del “buonismo” penitenziario, convinto che i detenuti condannati debbano scontare la pena per intero. In un’occasione ha commentato con giudizio severissimo i fondi spesi per le «case dell’amore» nei penitenziari, luoghi di incontro dei detenuti con i familiari, chiedendosi quali messaggi potessero essere trasmessi all’esterno.
La destra lo ha a lungo corteggiato e usato come simbolo. Per anni Gratteri ha incarnato il volto perfetto per la propaganda securitaria: il magistrato simbolo di onestà, l’uomo inflessibile che «non guarda in faccia a nessuno», la bandiera identitaria da sventolare al grido di ordine, sicurezza e legalità — temi tradizionalmente cari alla retorica di destra.
Nonostante tutto è stato il centrosinistra a proporgli di candidarsi alla presidenza della Regione Calabria — proposta che Gratteri ha confermato di aver ricevuto, e che ha respinto senza esitazione.
Gratteri e il referendum sulla giustizia
Nel bailamme della campagna per il referendum sulla giustizia, Gratteri è diventato a tutti gli effetti il front-man più esposto del No. Motivo: il sorteggio temperato porterebbe troppa politica nel CSM. Argomento solido, difeso con la consueta grinta — forse troppa: alla giornalista del Foglio che lo intervista, Gratteri dice imprudentemente che dopo la vittoria del No si regolerà i conti con quel giornale schierato col Sì.
Un equivoco, spiega Gratteri in un’intervista riparatoria. Senonché nel corso della stessa intervista spiega che le sue ragioni del No non sono frutto di una vicinanza al PD. E lo spiega aggiungendo candidamente: «Il PD al CSM non mi ha mai votato». Da Reggio Calabria a Catanzaro, dall’Antimafia a Napoli, quattro nomine, zero voti democratici. L’uomo che denuncia la politicizzazione del CSM non si accorge di descriverla per come funziona da trent’anni, con una testimonianza in prima persona.
E chissà se si è accorto che più che una contraddizione minore, la sua dichiarazione assomiglia ad una confessione.
Perché i casi sono due. O è solo il PD ad essere rappresentato indirettamente nel CSM, e quindi le nomine di Gratteri sono il frutto del libero voto di tutti i membri svincolati da rapporti con la politica, o il legame con la politica ce l’hanno tutti e quindi quelle nomine sono frutto di scelte politiche fatte da quel sistema che lui dichiara di voler difendere proprio dall’intromissione della politica.
Il Sistema
In realtà, il funzionamento del sistema che Gratteri difende è stranoto. Le correnti della magistratura si spartiscono i posti in proporzione ai consensi interni; le correnti sono, da sempre, l’ombra proiettata dai partiti sulle toghe; il PD aveva la sua, il centrodestra la sua, i cattolici la loro. Palamara ce l’ha spiegato in dettaglio, con tanto di ricevute. Niente di segreto, dunque: è il meccanismo ordinario, la fisiologia del sistema, come si dice quando si vuole descrivere una patologia senza suscitare troppe preoccupazioni.
A questo punto non si capisce come il sorteggio possa aggiungere politica al CSM, visto che la politica c’è già. Probabilmente renderebbe imprevedibile la politica già abbondantemente presente. E l’imprevedibilità, per chi ha imparato a navigare nel sistema, è l’unica cosa davvero pericolosa.
Gratteri è convinto in buona fede che la riforma aprirebbe alla politica parlamentare un accesso più diretto e più devastante di quello attuale. E lo sostiene con una veemenza che a tratti va sopra le righe, come dimostra l’episodio del Foglio. Ma questa convinzione, a ben guardare, trova lineare riscontro nel suo carattere intellettuale: perché Gratteri è un vero conservatore.
Non nel senso deteriore del termine. Nel senso autentico: preferisce un sistema con difetti noti e navigabili a un rimescolamento delle carte dall’esito incerto. È la posizione classica di chi ha imparato a muoversi dentro un labirinto e teme, più del labirinto stesso, l’idea di trovarsene uno nuovo da capo.
Per un progressista — almeno per uno coerente con il nome che porta — l’orizzonte è esattamente l’opposto: il cambiamento è il metodo, non il rischio. L’incertezza è il prezzo dell’evoluzione, non un argomento contro di essa.
Il paradosso finale è tutto qui, e vale la pena sottolinearlo: il conservatore Gratteri è il testimonial perfetto della conservazione del sistema. Anche se lo schieramento che ne fa bandiera si chiama, almeno nominalmente, progressista.
Flaiano avrebbe annotato: anche i nomi, in Italia, fanno opposizione.












