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Il grande risiko di primavera: quando le nomine diventano politica industriale

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C’è una stagione in cui il potere si cristallizza in modo più concreto di quanto non faccia attraverso leggi e decreti. È la stagione delle nomine pubbliche, e quella che si apre in questo 2026 è particolarmente densa. Tra aprile e giugno il governo dovrà rinnovare 211 posizioni nei vertici di partecipate, controllate e authority. Non è un’operazione di ordinaria amministrazione: è il momento in cui una maggioranza decide quanto a lungo vuole continuare a esistere oltre il proprio mandato elettorale.

Il meccanismo è antico e trasversale. Nessun governo rinuncia a popolare di uomini e donne di fiducia i centri nevralgici dell’economia pubblica. Ma ciò che rende questa tornata interessante non è la logica in sé — che è sempre la stessa — bensì la tensione tra due esigenze spesso incompatibili: la continuità gestionale e la fedeltà partitica.

Quando i numeri parlano da soli

Prendiamo il caso Leonardo. Roberto Cingolani resterà quasi certamente al suo posto di amministratore delegato, e non è difficile capire perché: sotto la sua guida il titolo ha registrato un incremento del 450%. In un sistema in cui i dirigenti pubblici vengono valutati anche sui mercati finanziari, rimuovere chi ha prodotto risultati del genere richiederebbe una spiegazione difficile da costruire. La performance diventa scudo.

La stessa logica vale per Claudio Descalzi all’Eni, verso un quinto mandato storico, e per Flavio Cattaneo all’Enel. Ma qui entra in gioco il secondo livello del meccanismo: se gli amministratori delegati si confermano per ragioni di efficienza gestionale, le presidenze diventano lo spazio in cui si regolano i conti tra partiti. Paolo Scaroni potrebbe lasciare la presidenza di Enel. Stefano Pontecorvo è incerto a Leonardo. Le poltrone dei presidenti sono la moneta di scambio che serve a bilanciare gli equilibri interni alla coalizione.

La geometria della coalizione

Questo è il punto che raramente viene detto con chiarezza: nelle grandi partecipate pubbliche la governance è sdoppiata non per ragioni organizzative, ma per ragioni politiche. Il consiglio di amministrazione diventa la mappa della maggioranza. Fratelli d’Italia, Lega e Forza Italia negoziano — in modi formalmente informali — la distribuzione degli incarichi. Ogni nome è il risultato di un equilibrio, spesso fragile.

Il caso Consob lo illustra con precisione chirurgica. Il mandato di Paolo Savona scade l’8 marzo, ma la trattativa per la successione è bloccata. La Lega spinge su Federico Freni, sottosegretario all’Economia. Forza Italia chiede una figura indipendente, e sul tavolo circolano nomi come Donato Masciandaro, economista vicino a Giorgetti, o Carlo Deodato, già segretario generale della stessa Consob. Un’authority di vigilanza sui mercati finanziari, dunque, deve aspettare che i partiti trovino un accordo interno prima di avere una guida. La funzione istituzionale è subordinata alla funzione politica.

Il tempo lungo del potere

Ma c’è un aspetto ancora più strutturale, quello che rende queste nomine diverse da un qualsiasi altro atto di governo. Una legge si può abrogare. Un decreto si può revocare. Un amministratore delegato con un mandato triennale resta al suo posto anche se la maggioranza che lo ha nominato perde le elezioni.

Ecco il vero significato politico di questa primavera: il governo Meloni sta costruendo — come tutti i governi prima di lui — una rete di presenze capaci di sopravvivere all’alternanza. Le grandi partecipate, le authority, le holding finanziarie come la Cassa Depositi e Prestiti diventano così una forma di continuità del potere che va oltre il consenso elettorale. Non è corruzione, non è necessariamente malaffare: è il funzionamento ordinario di un sistema in cui lo Stato è azionista di imprese strategiche e deve nominarne i vertici.

Il problema — se di problema si tratta — è che questo sistema tende a misurare le nomine più sulla fedeltà che sulla competenza, più sull’equilibrio interno alla coalizione che sulla visione industriale del Paese. E che le 211 poltrone in ballo questa primavera diranno qualcosa di preciso non solo su chi governerà le grandi aziende pubbliche italiane, ma su quanto a lungo e in quale forma l’attuale maggioranza intende proiettare la propria influenza nel futuro.

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