Home / Tutti promossi / Il controllo totale dei docenti: tra registro elettronico e WhatsApp

Il controllo totale dei docenti: tra registro elettronico e WhatsApp

controllo totale

Jeremy Bentham ci aveva pensato nel Settecento: una prigione circolare, con una torre di guardia al centro, in cui ogni detenuto fosse visibile in ogni momento senza poter sapere se in quel momento veniva osservato o no. L’effetto, spiegava, era il “controllo totale”: il detenuto avrebbe finito per sorvegliare se stesso. Michel Foucault, due secoli dopo, ha mostrato che quel modello non era rimasto in carcere: si era diffuso negli ospedali, nelle fabbriche, nelle scuole. Oggi, a scuola, il panopticon (si chiamava così) ha un nome preciso. Si chiama registro elettronico. E ha un’estensione che si chiama WhatsApp.

Il registro elettronico nasce, almeno nelle intenzioni dichiarate, come strumento di trasparenza e semplificazione. Niente più registri cartacei, tutto in tempo reale, tutto accessibile a tutti. In pratica, è una macchina di documentazione. Solo che permette di controllare quello che c’è scritto continuamente.

Il docente registra le presenze ed i ritardi, registra gli argomenti svolti, registra i voti, registra le note disciplinari, registra le comunicazioni alle famiglie. Ogni ora. Ogni giorno. Ogni classe. La torre di guardia è occupata virtualmente dal dirigente scolastico, che monitora copertura oraria e andamento didattico; ma soprattutto dai genitori, che controllano i voti e le assenze del figlio; e, per una curiosa inversione, dagli stessi genitori che controllano il docente. Cosa ha fatto in classe, cosa ha assegnato, perché non ha ancora caricato i risultati del compito di tre giorni fa.

Il docente, in questo schema, è insieme sorvegliante e sorvegliato. Sorveglia gli alunni attraverso il registro. È sorvegliato attraverso il registro da chi sta sopra e da chi sta sotto. La torre di guardia è vuota, o meglio: è occupata da tutti e da nessuno, il che è anche più inquietante.

Fin qui, si potrebbe ancora reggere. Il problema è che se il registro comincia con l’orario di servizio e finisce alle quattordici, alle sedici, comunque quando finisce l’orario scolastico, WhatsApp non smette mai di funzionare.

Se avete commesso l’errore di far girare il vostro numero, ci sono anzitutto i messaggi in tempo reale dei genitori. “Mio figlio è in ritardo perché l’autobus…”. Vuol dire di non mettere il ritardo perché il giovane è in procinto di arrivare a minuti e i ritardi pesano sulla condotta.
“Quando possiamo incontrarla?” arriva in genere qualche minuto dopo aver registrato il voto dell’interrogazione. E via dicendo…

Ci sono la chat dei colleghi di dipartimento, la chat del consiglio di classe, la chat della scuola, la chat con il vicepreside, a volte la chat diretta con il dirigente. Ognuna con la sua logica, ognuna con la sua urgenza implicita. Un messaggio letto e non risposto è già una presa di posizione. Una risposta alle ventidue è normale. Una risposta alle sette di mattina, prima delle lezioni, è quasi un segno di zelo. Il confine tra orario di lavoro e resto della vita non è semplicemente sfumato, è stato abolito per convenzione collettiva, senza che nessuno abbia firmato nulla.

Quello che si perde, in questo sistema di visibilità totale, è qualcosa di più difficile da nominare rispetto al semplice tempo libero. Si perde la distanza. E la distanza, per un insegnante, non è un privilegio: è una condizione funzionale al mestiere. Il docente che entra in classe deve poter essere, almeno in parte, una figura non del tutto decifrabile. Deve conservare qualcosa di opaco, di non immediatamente accessibile. È quella opacità che genera attenzione, che produce la possibilità dell’autorevolezza, che lascia spazio all’immaginazione degli alunni, e consiglia l’apprendimento. Un docente completamente trasparente, monitorato in ogni atto professionale e raggiungibile a ogni ora, è un docente che ha perso il mistero. E un docente senza mistero è semplicemente un erogatore di contenuti certificato, misurabile, sostituibile.

Bentham e Foucault avevano immaginato tutto. Ma non avevano previsto lo smartphone.

Tag: