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I dolori del non più giovane Renzi

matteo renzi

A quanto pare Matteo Renzi ha fatto il suo percorso e alla fine ha capito che per rimanere in sella toccava rimanere a sinistra. Ma ha capito anche una cosa che molti fanno finta di non sapere, che la pancia della sinistra non è riformabile. Non è un problema da risolvere e nemmeno un ritardo culturale destinato a correggersi, e neanche una resistenza contingente che cederà al prossimo congresso o alla prossima sconfitta elettorale. È una vera e propria struttura, un dato, una costante che resiste a qualsiasi tentativo di modifica dall’interno o dall’esterno, per ragioni che hanno poco a che fare con la politica e molto con l’identità e il rito, con una forma di appartenenza tribale.

A onor del vero Renzi non è stato il primo a capirlo. Craxi lo aveva capito molto prima di lui, e aveva scelto lo scontro frontale. Risultato: Hammamet. Lo ha capito più o meno contemporaneamente Calenda e ha scelto il centro autonomo, la terza via, il polo liberal-democratico sganciato dalle liturgie della sinistra storica. Risultato: irrilevanza progressiva, un partito che alle ultime elezioni ha fatto numeri da prefisso telefonico e un leader ridotto a commentare sui social le partite della Roma. La diagnosi era giusta. La terapia sbagliata perché inutile.

Renzi ha impiegato più tempo, ha bruciato più carburante, ha percorso più strada. Ma alla fine è arrivato alla stessa conclusione con un corollario in più: non c’è una exit-strategy praticabile. Non a destra. Il tentativo di fagocitare l’elettorato moderato di centrodestra si è rivelato un vicolo cieco in un sistema bipolarizzato. Né al centro. Calenda docet. Per rimanere in gioco resta solo l’opzione di stare dentro e cercare di avere abbastanza spazio da dettare l’agenda. Insomma, cavalcare la tigre anziché tentare di addomesticarla.

Solo che per cavalcare la tigre bisogna impararne il passo. E qui comincia la parte più interessante della fenomenologia del non più giovane Renzi, quella che Salvatore Merlo ha raccontato bene sul Foglio con la metafora del convertito zelante.

Renzi ha studiato la liturgia della sinistra italiana con la meticolosità di chi sa di non averla nel sangue e quindi non può permettersi errori. Campo largo, salario minimo, alleanza con Conte, manifesti anti-Meloni in stile Istituto Luce. Tutto eseguito con una precisione che mette a disagio i titolari, quelli che quella roba la fanno da sempre per riflesso condizionato e non riescono a farla altrettanto bene.

Attenzione che non è (solo) ipocrisia, ma la conseguenza logica di una strategia razionale applicata a un sistema che seleziona i comportamenti in base alla fedeltà simbolica, non alla coerenza sostanziale. In questo ambiente il convertito ha un vantaggio strutturale sul fedele di nascita poiché ogni sua adesione sembra una scelta consapevole, non una trita abitudine. Costa qualcosa, almeno in apparenza. Ma vale doppio.

Il punto non è se Renzi ci creda. Il punto è che ha capito che in quel sistema credere non è necessario, ma basta segnalare nel modo giusto e lui è un maestro nel costruire i segnali.

Luca Lotti, che Renzi lo conosce abbastanza da non sorprendersi più di niente, ha detto che tutto questo lo fa “con la morte nel cuore”. Probabilmente è vero. L’uomo che sognava di ribaltare il vocabolario della sinistra italiana si ritrova a recitarne il catechismo con più convinzione dei chierichetti doc. È una sconfitta mascherata da vittoria tattica, o una vittoria costruita sul riconoscimento di una sconfitta. Dipende dal punto di vista.

Quel che è certo è che la sinistra italiana esce da questa storia con una domanda scomoda e una contraddizione palese. Se il suo sistema simbolico è così impermeabile da costringere anche i suoi avversari più tenaci ad adottarlo per sopravvivere, questo è un segno di forza o di sclerosi? Un sistema immunitario che funziona troppo bene finisce per isolare l’organismo dal mondo esterno espellendo i corpi estranei, certo, ma anche gli anticorpi.

Poi c’è l’altra faccia della medaglia, quella ancora meno raccontata. Lo stesso sistema che espelle i potenziali riformatori accoglie senza difficoltà i conformisti, i rituali viventi, quelli che non hanno mai messo in discussione un simbolo, una parola d’ordine, una liturgia, per una sorta di riflesso pavloviano. La sinistra italiana è storicamente generosa con chi ne rispetta le forme, indipendentemente dalla sostanza. Questo spiega perché sopravvivono indisturbati certi dirigenti che non hanno mai avuto un’idea originale in trent’anni di tessere e congressi, e spiega anche, chiudendo il cerchio, perché Renzi, una volta deciso di rispettare quelle forme, viene riaccolto senza troppi traumi. Il sistema non chiede coerenza ma obbedienza simbolica. E Renzi, da quando ha smesso di fare il rivoluzionario, è diventato il più obbediente di tutti. Almeno in apparenza.

Il paradosso è che questo lo rende più pericoloso di prima, non meno. Quando combatteva la liturgia era un nemico riconoscibile. Ora che la recita meglio dei sacerdoti è qualcosa di più difficile da gestire È un ospite che conosce ogni stanza della casa meglio dei proprietari.

Non è che alla fine Renzi abbia abbracciato la sinistra. Ha soltanto capito che non poteva cambiarla e, visto che toccava stare in quel recinto, tanto valeva imparare a costruire recinti meglio degli altri. La tigre per ora lo regge. Ma, si sa, le tigri hanno memoria lunga.

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