Avete letto della storia di Trescore Balneario? Esiste un genere social ben codificato: il professionista della salute — psicologo, logopedista, terapista occupazionale — che ha scoperto che parlare di scuola sui social genera engagement molto più facilmente che parlare dei fatti suoi.
Il meccanismo è semplice e funziona sempre: prendi un episodio di cronaca scolastica, spieghi che si inserisce in una storia di abusi sistemici, raccogli like dalle famiglie che hanno già un’opinione formata e cercano solo conferma. Da anni si denuncia, si racconta, si avverte. Il tono è rigorosamente quello del profeta che non vuole avere ragione ma ce l’ha sempre, e che nel frattempo aumenta i suoi follower.
Gli italiani, si sa, hanno un rapporto antico con i profeti. Li ignorano finché non accade qualcosa, poi li cercano disperatamente per farsi dire che era tutto previsto. Costa meno di uno psicologo e consola di più.
Quando un tredicenne di Trescore Balneario ha accoltellato la sua insegnante, il genere era già pronto. L’episodio è diventato immediatamente conferma di una tesi preesistente: la scuola è un luogo di abusi sistematici sui ragazzi, gestita da gente che non vuole fare l’insegnante ma si ritrova a farlo. La violenza del ragazzo non è un fatto isolato, è la conseguenza inevitabile di anni di soprusi. Il profeta aveva avvisato. Nessuno aveva ascoltato. E ora eccoci qui.
Fin qui, niente di particolarmente originale. Il problema non è questo.
Il problema è quello che succede dall’altra parte, nei gruppi Facebook frequentati dai docenti. La docente accoltellata parla pubblicamente, e dice che bisogna stare vicini al ragazzo, che forse non ha capito nemmeno cosa ha fatto, che da questo episodio bisogna ripartire con più attenzione e più umanità. Parole sante, si direbbe. Invece no. Nei gruppi di categoria vengono definite “stile libro Cuore”, “da carmelitana scalza”, “missionarie”, “sciocche”. Una collega scrive che con quell’atteggiamento “il prossimo ci fa fuori direttamente”. Un’altra che sta “distruggendo la categoria”. Qualcuno ipotizza che perdoni per paura di conseguenze legali. Qualcun altro suggerisce che “è sotto farmaci” e che le sue parole vadano “prese con le pinze”.
Una donna è stata accoltellata. I suoi colleghi stanno discutendo se può perdonare e se perdona nel modo giusto.
L’italiano, osservava qualcuno con più pazienza di me, non sopporta il compatriota che reagisce in modo difforme da come avrebbe reagito lui. Figurarsi una collega. Figurarsi una collega accoltellata che ha il cattivo gusto di perdonare pubblicamente invece di indignarsi nel modo corretto, con le parole giuste, nella misura stabilita dal consenso del gruppo. In Italia il trauma va sindacalizzato. A dispetto dei sindacati, che nel frattempo, non risultano pervenuti se non per “stigmatizzare”.
Intanto chi lavora a scuola si perde in due narrazioni gratificanti e parallele che si sviluppano simultaneamente sullo stesso episodio. Nel primo filone i docenti si dipingono angeli incompresi, professionisti seri circondati da frustrati che li attaccano per interesse. Nel secondo filone — quello interno, sulla collega ferita — gli stessi docenti processano una vittima per gestione scorretta del proprio trauma. Le energie che non vengono spese per rivendicare vengono spese per giudicare. La categoria ha un’opinione articolata su tutto tranne su una cosa: cosa fare concretamente perché non accada di nuovo.
Ora proviate a immaginare lo stesso episodio in un altro settore. Un operaio aggredito sul posto di lavoro diventa un caso sindacale nel giro di ore. Si apre una vertenza, si convoca un’assemblea, si ragiona su protocolli e tutele. Se la direzione non risponde, si sciopera. Ed è una sequenza talmente ovvia da sembrare banale.
Nella scuola italiana, un’insegnante accoltellata da un alunno produce decine di thread su Facebook ma nessuno sciopero. I sindacati esistono, con le loro tessere, le sedi, gli uffici stampa. Ma su questo episodio non sembrano avere alcuna urgenza. Ma non è che siano distratti: è che il modello è questo. La scuola italiana ha sindacalizzato le lamentele, non i diritti. Ha trasformato decenni di frustrazioni legittime in una cultura del mugugno che non si traduce mai in azione. I docenti hanno tutti gli strumenti per scioperare, per bloccare, per esigere — e preferiscono il registro del torto subito. Magari è più comodo, non richiede organizzazione e non richiede di ammettere che il problema non si risolve nei social.
Intanto c’è il professionista social che cavalca l’episodio proprio perché questo spazio è vuoto. Quando una categoria rinuncia a difendersi con gli strumenti del lavoro, lo fa qualcun altro — e lo fa peggio, e con altri interessi. Ma la categoria che si indigna per l’attacco esterno e poi passa il pomeriggio a giudicare come perdona una collega accoltellata non ha molto da reclamare. Sta facendo esattamente la stessa cosa: usare un episodio di violenza reale per alimentare una narrativa identitaria. La differenza è solo il segno.
Indovino? Il ragazzino di Trescore probabilmente non sta bene. Ma questa è una notizia, non una spiegazione, e non è una politica. La politica — quella vera, fatta di scioperi, di vertenze, di protocolli scritti e firmati — si pratica nelle fabbriche, nei cantieri, negli ospedali.
Nelle scuole si fa nei gruppi Facebook. Inutilmente.












