È sera, tavolo della cucina, quaderno aperto, penna in mano. Domani, ho avvisato in classe, interrogo su Kant.
Kant dopo tanti anni mi fa ancora effetto. Non è difficile nel senso normale. È peggio: ti costringe a pensare a come pensi. Non puoi cavartela con le formule. Devi guardare il meccanismo.
Sarà stata colpa del dopocena, mi è venuta una voglia. Pericolosa. Fare il professore di filosofia. Scrivo tre domande, di quelle vere, che non chiedono definizioni ma pretendono ragionamento:
Se la mente mette le forme, in che senso la scienza conosce il mondo? Il limite della ragione ci salva o ci umilia? Se non posso conoscere la cosa in sé, perché dovrei fidarmi del mio sapere?
Belle domande. Le guardo. Me ne compiaccio e comincio a preoccuparmi.
Non per Kant. Per le conseguenze.
Quello che di questi tempi regna a scuola, io lo chiamo in un modo preciso: quieto vivere. Non è un’accusa, intendiamoci, piuttosto una fotografia. Per quieto vivere non ci si chiede più cosa sia effettivamente giusto fare, quanto cosa evitare di fare per non finire stritolato in un meccanismo che da tempo percepisci come estraneo. Un meccanismo nel quale la forma mangia la sostanza e anche se tutti se ne accorgono, nessuno lo dice esplicitamente perché sono tutti troppo occupati ad arrivare illesi alla fine della giornata.
Le domande vere funzionano solo se accetti il silenzio come tempo, l’errore come passaggio, l’incertezza come parte del processo logico. Purtroppo a scuola il silenzio è solo un buco nero e l’errore la prova che «non ha studiato». E l’incertezza è motivo valido per un voto basso.
Ma soprattutto: come lo giustifichi il voto su un ragionamento? Come lo spieghi al genitore che arriva col foglio in mano e chiede, preciso: «Ma cosa è che non ha saputo?»
Cosa non ha saputo… Perché è passata oramai l’idea che il sapere sia un elenco, una checklist.
Prendo la gomma. Cancello. Riscrivo.
Prima domanda: «Cos’è la rivoluzione copernicana?» Seconda: «Differenza tra giudizi analitici e sintetici.» Terza: «Definisci fenomeno e noumeno.»
Ecco fatto. Ho trasformato Kant in un inventario. L’inventario è gestibile. La filosofia no.
Chiudo il quaderno. Vado a letto. Ma ho barattato qualcosa. E lo so.












