Ad una settimana dalle bombe sull’Iran la domanda ovvia è: siamo alla vigilia della terza guerra mondiale? La risposta, almeno per ora, è no. Ma la domanda sbagliata rischia di produrre rassicurazioni sbagliate. Il punto non è se il conflitto tra Stati Uniti, Israele e Iran si trasformerà in un improbabile Armageddon nucleare. Il punto è che l’ordine internazionale che per decenni ha garantito la sicurezza europea — e con essa la vita quotidiana a cui ci eravamo abituati — non esiste già più.
Dal 28 febbraio le forze americane e israeliane bombardano l’Iran. La Guida Suprema Ali Khamenei è morta. Lo Stretto di Hormuz è di fatto chiuso al traffico. I prezzi del gas europeo sono saliti del 60% in una settimana. Intanto la guerra in Ucraina entra nel suo quinto anno senza che nessuno riesca a fermarla: i negoziati sono in stallo e l’attenzione diplomatica americana è ormai assorbita dal Medio Oriente. Nel frattempo l’Europa si riarma al ritmo più veloce dalla Guerra Fredda.
Questi tre fatti — la guerra in Iran, l’impantanamento ucraino e il riarmo europeo — non sono crisi separate, ma tre sintomi dello stesso fenomeno: la fine dell’epoca in cui l’Europa poteva contare sugli USA per la sicurezza del continente.
Intanto ecco gli scenari accreditati dagli analisti.
Il Medio Oriente che brucia lentamente
Lo scenario più probabile — e su questo convergono sia l’ISPI sia la maggior parte dei centri di analisi internazionali — è anche il meno spettacolare. Non ci sarà un grande scontro finale. Ci sarà invece un periodo di instabilità cronica, a bassa intensità, destinata a durare anni.
Gli attacchi sull’Iran sono condotti esclusivamente con bombardamenti e missili, senza truppe di terra. Questo dice molto: la coalizione vuole colpire, non occupare. L’obiettivo dichiarato è distruggere il programma missilistico e favorire un cambio di regime. Il problema è che un regime non si cambia dal cielo. Si può arrivare ad eliminare un leader supremo; non si può costruire un’alternativa politica con i droni.
L’Iran, dal canto suo, non ha la capacità militare convenzionale per sostenere un conflitto lungo contro due potenze molto più forti. Come ha osservato l’ex vicepresidente della Commissione europea Josep Borrell, Teheran «non ha molta capacità di rispondere». Ma ha un’enorme capacità di destabilizzazione: milizie alleate diffuse in mezzo Medio Oriente, attacchi mirati alle infrastrutture energetiche e pressione sulle rotte marittime. Per non parlare del rischio di attentati terroristici nei paesi occidentali. È la guerra ibrida già vista con gli Houthi nello Yemen, ma su scala molto più ampia.
Il risultato più realistico non è una vittoria netta di qualcuno, ma un Golfo Persico permanentemente instabile, con effetti diretti sui prezzi dell’energia, sulle assicurazioni marittime e sulle catene di approvvigionamento globali. Non una guerra mondiale, dunque. Una crisi di cui risulta difficile intravedere la fine.
L’Iran dentro: il vuoto dopo Khamenei
La morte della Guida Suprema apre il capitolo più imprevedibile dell’intera vicenda. Diversi osservatori geopolitici mettono in guardia sul rischio di una frammentazione interna del potere iraniano. Il sistema politico è costruito per resistere alle crisi: l’Assemblea degli Esperti ha proprio il compito di gestire la successione. Ma farlo sotto le bombe, con infrastrutture militari distrutte e comunicazioni interrotte, è tutt’altra cosa.
Le fazioni in gioco sono almeno tre: i Pasdaran, che controllano ampie parti dell’economia e funzionano come uno Stato nello Stato; le correnti conservatrici legate al clero; ciò che resta dell’area pragmatica. A queste si aggiungono le spinte dal basso: le proteste di gennaio 2026, le più imponenti dalla Rivoluzione Islamica, sono state represse con migliaia di morti.
Un collasso rapido dello Stato iraniano è improbabile. Le istituzioni sono solide e i Pasdaran sono profondamente radicati. Ma una lotta di potere interna, magari a bassa intensità e intrecciata con il conflitto esterno, è uno scenario molto realistico. E un Iran destabilizzato dall’interno sarebbe più pericoloso, non meno, per la sicurezza regionale: il Ministero degli Esteri iraniano ha già ammesso che alcune unità militari operano senza più un controllo centrale. Con l’effetto che quando il comando si frammenta, le decisioni più pericolose le prende chi ha il dito sul grilletto.
Lo shock energetico: quando la guerra arriva in bolletta
Per chi vive in Europa — e in particolare in Italia — questo è lo scenario più concreto. Non perché sia il più drammatico, ma perché è quello che si sente prima.
I futures sul gas naturale europeo hanno raggiunto i 50 euro per megawattora, in rialzo del 60% in una settimana. Le scorte di gas del continente sono ai minimi stagionali degli ultimi anni: 30% in media, con la Germania al 21%. Il petrolio Brent è salito sopra gli 80 dollari al barile. Secondo le stime di Goldman Sachs, se lo Stretto di Hormuz restasse chiuso a lungo il petrolio potrebbe toccare i 100 dollari a barile e il gas i 100 euro per megawattora. In quello scenario l’inflazione europea a fine 2026 sarebbe più alta di quasi quattro punti percentuali. Oxford Economics avverte che il conflitto non durerà più di due mesi, ma che anche una crisi breve può lasciare danni strutturali sui mercati energetici.
Tradotto: bollette più care, benzina più cara, alimentari più cari. La Bce, che aveva appena stabilizzato i tassi, potrebbe essere costretta a rialzarli. La fragile ripresa economica dell’eurozona rischierebbe di essere soffocata sul nascere.
Per l’Italia la situazione è strutturalmente più grave che per il Nord Europa. Dipendiamo dalle rotte mediterranee per buona parte del nostro commercio e approvvigionamento energetico. La premier Meloni sta cercando un’intesa tra Ue e paesi del Golfo, ma la realtà è che se Hormuz resta chiuso e le rotte del Golfo restano insicure, il Mediterraneo diventa il collo di bottiglia strategico dell’intero continente. E l’Italia si trova esattamente al centro di quel collo di bottiglia.
Il convitato di pietra: la Russia
C’è un attore che nelle analisi sulla crisi iraniana rimane quasi sempre sullo sfondo, eppure ne è parte integrante. La guerra in Ucraina entra nel quinto anno. Secondo i dati dell’Institute for the Study of War, nel 2025 la Russia ha guadagnato meno dell’1% del territorio ucraino, perdendo oltre 416.000 soldati tra morti e feriti. Nelle ultime settimane di febbraio 2026, per la prima volta da mesi, l’Ucraina ha recuperato più territorio di quanto la Russia ne abbia conquistato. Ma i negoziati di pace restano in stallo: Putin pretende l’intero Donbas, Zelensky rifiuta. E ora l’attenzione di Washington è interamente assorbita dall’Iran.
Il legame tra i due conflitti è più stretto di quanto appaia. L’Iran è uno dei principali fornitori della macchina bellica russa: droni Shahed e componenti iraniane sono parte integrante dell’arsenale impiegato in Ucraina. Un drone caduto nei giorni scorsi su Cipro — stato membro dell’Unione europea — conteneva un’antenna di fabbricazione russa: un dettaglio che dice molto sull’intreccio tra i due teatri di guerra. La destabilizzazione dell’Iran indebolisce la catena di fornitura di Mosca, ma contemporaneamente libera Putin dalla pressione diplomatica: finché Teheran brucia, nessuno parla più di Ucraina.
Per l’Europa il paradosso è brutale. Il continente si riarma contro la minaccia russa, ma il riarmo viene accelerato anche dalla crisi iraniana. Si prepara alla difesa autonoma, ma intanto scopre che il suo principale alleato usa la forza militare non per stabilizzare il mondo ma per perseguire i propri obiettivi, con o senza il consenso europeo. La Spagna ha rifiutato l’uso delle sue basi per i raid sull’Iran e Trump ha risposto minacciando ritorsioni commerciali. La Germania di Merz si è allineata a Washington, definendo il regime iraniano «terrorista». La Francia oscilla. L’Europa, come sempre, è unita sulla carta e divisa nei fatti.
Come scrive il Moscow Times, la guerra «finirà solo se la Russia la vincerà o accetterà di non poterla vincere. Al momento non può fare la prima cosa e si rifiuta di fare la seconda». Nel frattempo, il sondaggio del centro indipendente Levada registra che il sostegno dei russi alla guerra è sceso al 25%, il livello più basso dal 2022, mentre il 66% vorrebbe negoziati di pace. Ma la volontà popolare, a Mosca, conta poco.
Il riarmo europeo: non previsione, ma ammissione
I numeri parlano da soli. L’Unione europea ha attivato la clausola di salvaguardia di bilancio per 17 stati membri, consentendo fino all’1,5% di Pil in più per la difesa. Il piano ReArm Europe punta a mobilitare 800 miliardi di euro aggiuntivi entro il 2030, con un fondo prestiti da 150 miliardi già sottoscritto da 19 stati. La Germania ha stanziato quasi 83 miliardi per le forze armate nel 2026. La Polonia ha previsto il suo più grande stanziamento militare di sempre.
Il dato politicamente più rivelatore: il piano esclude deliberatamente i contractor americani dalla maggior parte delle commesse, puntando al 55% di acquisti da produttori europei o ucraini entro il 2030. Non è solo riarmo: è un ridisegno dell’autonomia strategica, accelerato dalla percezione che gli Stati Uniti non siano più un alleato su cui contare a occhi chiusi.
Questo non è un riarmo di reazione. Molti di questi piani erano stati redatti mesi prima che cadessero le bombe su Teheran e, in diversi casi, prima ancora dell’invasione dell’Ucraina. È, piuttosto, un’ammissione: i tre pilastri della sicurezza europea del dopoguerra — l’ombrello militare americano, l’energia russa a basso costo e la stabilità mediorientale — sono venuti meno quasi contemporaneamente. Il riarmo non anticipa una guerra sul suolo europeo. Anticipa un’epoca in cui l’Europa dovrà fare da sola ciò che per settant’anni ha delegato ad altri.
La domanda finale
Scoppierà una guerra mondiale? Con ogni probabilità no, almeno nel senso classico del termine. L’Iran non ha la capacità di sostenere una guerra prolungata contro potenze militarmente superiori. La Cina osserva e calcola. La Russia è impantanata. Gli Stati Uniti colpiscono da lontano senza mettere stivali sul terreno. Nessuna grande potenza ha interesse a uno scontro diretto globale.
Ma chiedersi se scoppierà una guerra mondiale rischia di essere la domanda sbagliata. L’instabilità non è un rischio futuro: è il presente. L’energia costa di più, le rotte commerciali sono insicure, i negoziati di pace non funzionano, l’alleato storico agisce per conto proprio, e il continente spende centinaia di miliardi per riarmarsi.
La guerra mondiale, forse, non arriverà. Ma il mondo stabile che conoscevamo è già finito.












