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De Luca, o della pleonexìa

vincenzo de luca

Se c’è una cosa che Vincenzo De Luca ama fare è citare i classici della cultura latina e greca. La civiltà del pensiero, la cultura del Sud, quella sapienza antica che fiorì sulle coste campane e del sud Italia duemila e cinquecento anni fa.

Lo fa con disinvoltura, sottintendendo i suoi studi classici, il liceo, la laurea in filosofia. Lo fa con quella padronanza del riferimento colto che appartiene al politico meridionale di vecchia scuola. E risulta convincente. Quasi.

Peccato che, però, De Luca non venga da una delle polis della costa ma da Ruvo del Monte, attuale Basilicata, l’entroterra lucano. Un posto da dove il mare non si vede, terra di confine dove della civiltà greca arrivavano solo gli echi, si parlava osco prima che latino e dove i Greci, quando ci avevano pensato, ci avevano pensato come ad un territorio da tenere d’occhio. Un territorio abitato da barbari.

I barbari, per greci e romani, erano letteralmente inferiori perché incapaci di governarsi da soli. Nel La Politica, Aristotele dice che il barbaro non riesce a governare se stesso, e quindi o viene governato da un despota o diventa lui il despota. Senza via di mezzo.

De Luca nel mezzo non ci è mai stato. Tra il farsi governare ed essere lui a governare, ha sempre preferito la seconda ipotesi. E per la sua intera vita ha faticato per restare da quella parte del bivio. Anche su questo i greci avevano le idee chiare. È la pleonexia, il desiderio insaziabile di avere sempre di più, sempre più in alto, sempre un trono più grande. Non è avidità volgare, quanto piuttosto una condizione esistenziale. Una forma di fame che il potere non sazia mai, perché ogni conquista sposta semplicemente il confine successivo un po’ più lontano.

De Luca quel confine lo ha inseguito tutta la vita. Sindaco di Salerno per quattro mandati, deputato, sottosegretario, presidente della Campania per dieci anni. Poi ha provato ad andare oltre. Il terzo mandato alla Regione, un ruolo nazionale, qualcosa all’altezza di quello che si considera. Roma ha detto no. Il Nazareno ha detto no. Le porte si sono chiuse.

E allora è tornato a Salerno. Il sindaco in carica si è prontamente dimesso dalla carica per fargli spazio e lui si è candidato e ha vinto con il 57,2% al primo turno, liste civiche al posto del simbolo di partito, avversari ridotti a comparse. Un trionfo. Di chi non poteva permettersi di non trionfare.

Nel frattempo, ad Ercolano, a pochi chilometri da dove sono nato io (di fronte agli scavi di Pompei) esisteva una scuola epicurea vera e propria. Filodemo di Gadara, il massimo epicureo romano, ci ha lasciato una biblioteca intera carbonizzata dal Vesuvio. E Epicuro insegnava una cosa sola, in fondo: lathe biosas. Vivi nascosto. Ritirati dal frastuono, coltiva il giardino, cerca la pace dell’anima. La pleonexia era per lui la negazione della felicità, schiavitù travestita da ambizione.

De Luca ha trascorso la vita a contare i voti. È fatto così ma non è colpa sua. È convinto che il potere sia l’unica forma di civiltà disponibile.

È il tiranno di Platone ad essere affetto da pleonexia cronica. Nella Repubblica è descritto, per questo, come il più infelice degli uomini. Schiavo anche mentre comanda tutti.

De Luca, settantasette anni, quinta sindacatura e ancora in campo. E nemmeno lo sfizio di offrire una frittura di pesce agli amici senza poter smettere di pensare a come restare in sella. Con il rischio, oltretutto, di rovinare la serata pure agli amici.