La storia del professore di Parma che non voleva denunciare per principio educativo ha preso una piega che il principio educativo fatica ad assorbire. Nell’esposto-denuncia depositato dagli avvocati delle famiglie dei ragazzi indagati, il docente da soggetto leso diventa soggetto accusato e con lui la scuola.
Nella denuncia ci sono anzitutto due ipotesi accusatorie a carico del docente.
La prima: durante la discussione avrebbe rivolto ai ragazzi la frase «Marocchini di m***». I ragazzi sono italiani di seconda generazione, con origini marocchine, egiziane e moldave, ma italiani. Se l’insulto venisse accertato, assumerebbe rilievo penale con la contestazione del reato di ingiuria aggravata da discriminazione razziale e, al contempo, garantire ai minori il riconoscimento della circostanza attenuante della provocazione. Il professore, contattato dal giornale Domani per una replica, sugli insulti dichiara che «non gli risultano».
La seconda accusa riguarda il secondo video, quello che le difese hanno allegato all’esposto. Il filmato mostra il docente di uscire dai cancelli con la bicicletta, fermarsi a parlare con i ragazzi, indicare con il braccio la direzione del parco. Il gruppo si avvia assieme all’insegnante. Secondo la ricostruzione difensiva sarebbe la prova che non c’è stato nessun agguato, ma che era stato il professore a orientare lo spostamento, portando i ragazzi fuori dal perimetro scolastico per regolare altrove la faccenda. L’avvocata Pezzoni ha sintetizzato il tutto con la sobrietà tipica del mestiere: «questo cambia la storia».
Ma il ribaltamento non si ferma al docente. L’esposto punta anche sull’istituzione. La famiglia del diciassettenne chiede agli inquirenti di accertare se la scuola non abbia trascurato problemi psicologici del ragazzo che erano già formalmente conosciuti e documentati. La tesi è quella della culpa in vigilando e in educando: la scuola sapeva, non ha agito, e ha lasciato che un conflitto cominciato già dalla mattina, esplodesse in un contesto di fragilità non gestita. Se questa linea reggesse, il perimetro delle responsabilità si allargherebbe dalla colluttazione nel parco agli uffici della dirigenza, ai consigli di classe, agli eventuali piani didattici semmai attivati o mal seguiti.
L’ITIS “Leonardo Da Vinci” ha risposto con una nota in cui rivendica un’azione educativa «volta al rispetto dei ruoli, delle persone e delle regole» e annuncia il coinvolgimento degli organi collegiali. Una formulazione che suona come lo schema difensivo speculare a quello dei ragazzi, abbiamo fatto tutto quello che dovevamo fare, le responsabilità stanno altrove.
Nel frattempo, i tre minorenni restano iscritti nel registro degli indagati presso il Tribunale per i Minorenni di Bologna, indagati per violenza e minacce aggravate, con i telefoni sequestrati e le perquisizioni domiciliari già eseguite. La procedibilità d’ufficio ha reso irrilevante la scelta del professore di non querelare. Il paradosso è che adesso lo Stato potrebbe agire anche nei suoi confronti, attraverso il secondo filone aperto dalla Procura ordinaria di Parma per valutare le condotte dei docenti.
E così, il professore che aveva dichiarato di rinunciare alla denuncia per salvaguardare il rapporto educativo con i suoi studenti si ritrova con un fascicolo in procura e i ragazzi che lo denunciano. Il principio educativo non ha retto nemmeno un giro appena si è spostato fuori dalle mura scolastiche. Spiegando meglio di tanta letteratura scolastica cosa significhi davvero un lavoro che mette a contatto persone e generazioni diverse.












