Home / Gli ingranaggi / Chi parla con l’Iran senza passare per Trump?

Chi parla con l’Iran senza passare per Trump?

iran

C’è un dettaglio nella cronaca di questi giorni che circola nei dispacci delle agenzie senza che nessuno sembri volergli dare il peso che merita. Mentre Trump minaccia gli alleati NATO di un futuro molto nero se non mandano navi a Hormuz, altri paesi hanno già risolto il problema — senza navi, senza minacce, con una telefonata. In Iran.

Il ministro degli esteri indiano Jaishankar lo ha detto con una franchezza quasi imbarazzante: stava trattando con Teheran, e le trattative avevano prodotto risultati. Risultato concreto: due petroliere indiane cariche di gas liquido hanno attraversato lo Stretto di Hormuz. Non scortate dalla marina americana. Non grazie a una coalizione atlantica. Semplicemente perché Nuova Delhi aveva cose da offrire a Teheran, e le ha offerte. L’India ha liberato tre petroliere iraniane sequestrate il mese scorso, ottenendo in cambio il permesso di transito per le proprie navi. È diplomazia elementare, del tipo che si pratica da secoli: do ut des, senza retorica.

Non è sola. Una nave turca è stata autorizzata al transito dopo che Ankara ha negoziato direttamente con Teheran, con altri quattordici vascelli in attesa di autorizzazione. La Cina, che riceve quasi metà del suo petrolio attraverso lo Stretto, ha preferito la via bilaterale: trattative silenziose, risultati discreti. Il Pakistan ha fatto transitare una petroliera carica di greggio degli Emirati navigando nelle acque territoriali iraniane — un segnale inequivocabile di approvazione tacita da parte di Teheran.

Il quadro che emerge non è quello di un Iran militarmente piegato che concede passaggi per debolezza. È quello di un paese che, sotto un bombardamento che ha già colpito migliaia di obiettivi, ha trasformato lo Stretto in uno strumento di politica estera attiva. Araghchi, ministro degli esteri iraniano, lo ha detto senza giri di parole: lo Stretto è aperto, è chiuso soltanto alle navi dei nemici e di chi sta attaccando l’Iran. Il che significa che Teheran decide chi è nemico e chi no — caso per caso, in base a cosa ha da guadagnarci.

Funzionari iraniani hanno anche fatto sapere di stare valutando la possibilità di consentire il transito a un numero limitato di petroliere a condizione che il cargo venga scambiato in yuan cinesi, non in dollari. È un dettaglio che merita una nota a margine: l’Iran, sotto i bombardamenti, sta negoziando la de-dollarizzazione del commercio energetico. Non è esattamente il comportamento di un regime in ginocchio.

Quello che sta accadendo, visto dall’insieme, è un ridisegno silenzioso dei rapporti di forza regionali. L’India recupera credibilità come potenza marittima autonoma. La Cina consolida la sua posizione di interlocutore indispensabile per Teheran. La Turchia gioca, come sempre, su tutti i tavoli simultaneamente. Nessuno di loro ha chiesto il permesso a Washington. Nessuno di loro lo chiederà.

Il paradosso è strutturale: più Trump alza la voce sulle coalizioni e sui “very foolish mistakes” degli alleati, più diventa evidente che il problema concreto — riaprire lo Stretto — si risolve non con le portaerei ma con le telefonate. E le telefonate le fanno quelli che con Teheran un rapporto ce l’hanno ancora, o non l’hanno mai interrotto.

Un numero crescente di navi sta ridirigendo la rotta attraverso le acque territoriali iraniane, il che suggerisce che Teheran stia concedendo transiti discrezionali ai paesi amici. È una nuova geografia politica dello Stretto: non più una via d’acqua internazionale regolata dal diritto del mare, ma un corridoio a gestione iraniana, dove il pedaggio si paga in forma di neutralità, di petrolio liberato, di yuan.

Trump intanto continua a dire che molti paesi stanno arrivando. Non li nomina. Probabilmente perché i paesi che stanno davvero risolvendo il problema non stanno arrivando con le navi: stanno arrivando con i negoziatori. E non lo stanno facendo per lui.

Tag: