C’è una scena che si ripete, in questi giorni, in molte scuole italiane. Studenti paonazzi, insegnanti che sudano sui registri elettronici, ATA che guardano il termometro come si guarda un referto medico. E, in fondo al corridoio, la presidenza con l’aria condizionata accesa.
È la topografia funzionale dell’istituzione scolastica italiana nel mese di giugno.
Il thread che circola in questi giorni su Facebook tra insegnanti è un documento sociologico di rara efficacia. C’è chi cita il testo unico sulla sicurezza sul lavoro (D.Lgs. 81/2008 ) ricordando che il microclima non è questione di comfort ma di rischio professionale, e che il Documento di Valutazione dei Rischi dovrebbe contemplarlo. C’è chi risponde, con onestà sconsolata, che quasi nessun DVR scolastico valuta seriamente il rischio caldo: «qualche riga generica, spesso copiata da un template, e via». C’è la collega che segnala il caso perfetto, tragicomico: nella sua scuola i condizionatori sono stati installati d’ufficio dopo un guasto alla caldaia, ma restano spenti perché nessuno ha autorizzato l’accensione. E c’è, naturalmente, il partecipante anonimo che chiude il dibattito con la saggezza del popolo: «Devi andare a lavorare, come tanti lavoratori che lavorano anche col caldo. Amen.»
Amen, appunto.
Il punto non è il caldo in sé. Il caldo, in Italia, non è una novità. Il punto è la dissonanza cognitiva di un Paese che in primavera discute animatamente di estendere l’anno scolastico, di aprire le scuole d’estate, di trasformarle in presidi educativi permanenti, e poi non riesce a garantire che in quelle stesse aule, a giugno, la temperatura sia compatibile con la presenza di esseri umani.
La retorica della scuola aperta ha una sua logica. Risponde a bisogni reali, alle famiglie che lavorano, ai ragazzi che restano soli, al desiderio, del tutto legittimo, di fare della scuola qualcosa di più di un distributore di voti. Ma questa retorica incontra un non piccolo problema strutturale, quello degli edifici scolastici italiani che sono stati costruiti, nella loro grande maggioranza, in un’altra epoca climatica. Non hanno impianti di raffrescamento. Hanno finestre che danno a sud. Hanno tetti che accumulano calore dalle otto del mattino. In una parola: non funzionano d’estate.
Non è una critica agli insegnanti, né alle famiglie, né ai dirigenti scolastici, che di solito sono le prime vittime di questa contraddizione, costretti a gestire situazioni che non hanno i mezzi per affrontare. È una critica alla retorica politica che chiede alla scuola di fare di più, di stare aperta di più, di essere di più, senza mai mettere sul tavolo le risorse necessarie perché questo “di più” sia praticabile.
Nel frattempo, la soluzione pratica che circola è fare lezione in giardino. O portare un ventilatore portatile. O aspettare domani, che le temperature calano.
È una metafora abbastanza precisa della politica scolastica italiana degli ultimi trent’anni: adattarsi, arrangiarsi, sperare nel meteo.
La scuola può tranquillamente restare aperta d’estate. Ma prima bisognerebbe mettere l’aria condizionata. Che costa.












