C’è un video che gira da ieri, sono i sei attivisti della Global Sumud Flotilla che atterrano a Bilbao, reduci da giorni di detenzione israeliana. Ad accoglierli c’è la polizia basca, l’Ertzaintza, che dopo pochi minuti li carica a manganellate. Quattro arresti, un’indagine interna aperta, una bandiera basca ostentata davanti alle telecamere con il tempismo di chi sa esattamente cosa sta facendo. Il video circola. Funziona.
Qualcuno ci ha letto un’alleanza strategica tra palestinismo ed etnonazionalismo europeo. Lettura suggestiva. Francamente un po’ troppo. Quello che è successo è più semplice e perfino più avvilente. Quegli attivisti sapevano che uno scontro avrebbe prodotto immagini e che le immagini avrebbero circolato. La circolazione avrebbe tenuto viva la causa. È il funzionamento ordinario della politica nel 2026, o di quello che ancora ne resta.
Detto con tutta franchezza, la Flotilla, sul piano diplomatico o militare, non sposta nulla. Lo sa anche chi ci sale sopra. Il suo valore è interamente nella narrazione che riesce a produrre con la partenza, l’intercettazione, i maltrattamenti, il ritorno. Una perfetta serialità, con ogni episodio calibrato per alimentare il successivo. In questo senso la Flotilla è politica estetica pura e come tale funziona meglio dei congressi di partito. Produce più emozione, più identità, più senso di appartenenza. Occupa lo schermo con un’efficacia che nessun documento programmatico potrà mai avvicinarsi a raggiungere.
Il confronto con i partiti, però, è impietoso solo in apparenza. Perché i partiti hanno già fatto da soli il lavoro di svuotarsi e diventare ininfluenti. Non sono stati sconfitti dalla politica estetica, ci si sono convertiti prima. Da tempo il congresso vale meno della dichiarazione del segretario dalla Gruber o chi altri c’è che faccia una bella trasmissione sulla politica. La direzione nazionale vale meno di un post su Instagram e le mozioni valgono meno del frame giusto al momento giusto. I movimenti di piazza non hanno inventato nulla: hanno solo portato alle estreme conseguenze una logica che i partiti avevano già abbracciato, magari più goffamente, sicuramente molto prima.
Il risultato è uno spazio pubblico interamente occupato da immagini che si commentano a vicenda. Bandiere, manganelli, striscioni, conferenze stampa, tweet del ministero degli Esteri israeliano che ironizza sugli anarchici baschi. Tutto circola, tutto genera reazione, tutto alimenta le rispettive comunità di senso. È un sistema chiuso, autoreferenziale, straordinariamente vitale. E sostanzialmente innocuo per chi decide davvero. Sedici ore dopo il video, già circolava l’analisi che spiegava tutto con gli addestratori israeliani dell’Ertzaintza. Anche quella era un’immagine. Anche quella funzionava benissimo.
Perché i decisori reali, che sono soprattutto quelli che siedono nei consigli di amministrazione, che negoziano i contratti di fornitura, che gestiscono i flussi finanziari, guardano i video come li guardiamo noi. E magari applaudono pure. Solo con una differenza. Finito di guardare chiudono il telefono e tornano al loro tavolo. Non sono cattivi. È il mercato ad essere antidemocratico per costituzione. Non vota, non manifesta, non ha bisogno di consenso. Risponde ad altro. E in quella stanza, la politica estetica non entra.
La democrazia aveva prodotto strumenti per incidere su quella stanza. La legge, la tassazione progressiva, la regolazione, il conflitto sindacale organizzato. Strumenti lenti, concreti. Poco fotogenici. Proprio quelli che la politica di immagine ha progressivamente marginalizzato. Non diventa virale una proposta di regolazione finanziaria.
Più la comunicazione vince, più il mercato è libero da intromissioni democratiche. Ogni bandiera sventolata davanti a una telecamera è energia sottratta agli strumenti concreti che potrebbero davvero cambiare qualcosa. Intendiamoci: non è che chi sale sulla Flotilla lo sappia o addirittura lo voglia. Quasi certamente no. Ma il sistema della comunicazione illimitata funziona esattamente così, trasformando la politica in contenuto, il contenuto in identità, l’identità in appartenenza. E l’appartenenza, per quanto calda e reale, non ha mai fermato un’esportazione di armi né riformato un mercato finanziario.
Lo schermo è pieno. Ma in quella stanza siedono altri. La politica è altrove.












