Partiamo da una premessa che dovrebbe essere banale e invece, come tutte le cose banali, risulta radicalmente controversa. Israele è una democrazia. Non una democrazia perfetta, quali lo siano, al di fuori delle slide universitarie, rimane un mistero, ma una democrazia funzionante, con elezioni, opposizione, stampa libera, magistratura indipendente e tutto il corredo istituzionale che di solito si richiede per ottenere il certificato. Un paese dove Ben-Gvir siede al governo è anche un paese dove Ben-Gvir può essere cacciato dal governo.
E lo spero davvero. Senza ambiguità: spero che si voti, spero che Netanyahu perda, spero che vinca la sinistra. Più a sinistra possibile. Perché sono curioso di vedere cosa succede. Non per cinismo, ma perché la domanda è politicamente interessante e la risposta che sospetto e un po’ temo, potrebbe essere istruttiva.
Il sospetto, fondato su una certa conoscenza dei meccanismi del conflitto e delle sue narrazioni parallele, è che cambierà poco. Non perché la sinistra israeliana sia uguale alla destra, sarebbe una stupidaggine, ma perché la guerra di Israele contro i palestinesi, e più in generale contro un Medio Oriente che non lo vuole, ha radici che precedono Netanyahu e sopravviveranno a Ben-Gvir. La sicurezza è un imperativo bipartisan, come lo è in qualunque paese che viva in quelle condizioni geopolitiche. Illudersi che una vittoria elettorale della sinistra porti a una pace immediata è lo stesso errore che si fa pensando che certi conflitti abbiano soluzioni a breve termine.
Ma c’è una seconda curiosità, questa effettivamente più cinica, ma altrettanto legittima. Cronometrica, quasi. Quanto tempo ci vorrà agli sponsor abituali delle flottiglie presenti e future, quelli che adesso hanno a disposizione il repertorio consolidato di aggettivi, dai nasi adunchi, agli usurai, ai più recenti nazisti e genocidi, a riciclare il kit anche contro l’eventuale governo di sinistra? Quanto ci vorrà prima che la nuova coalizione, per ipotesi guidata da qualcuno con simpatie socialdemocratiche e buone intenzioni dichiarate, venga derubricata comunque come “roba da ebrei”, con tutti gli stereotipi antisionisti del caso?
La risposta, temo, si misurerà in ore. Forse minuti.
Perché dalle nostre parti il punto non è Netanyahu e forse non lo è mai stato. Il punto è Israele. Il governo cambia, lo Stato rimane. E quello Stato, per certi, è il problema.












