«Professo’ come state? Pigliatevi un caffè. Da quanto tempo…». Il martedi dopo le elezioni, la scuola seggio elettorale chiusa per la “sanificazione” obbligatoria, sono andato al cimitero. Dopo la visita me ne sono andato a prendere un bel caffè nel bar all’incrocio e mi sono sentito chiamare. Mi sono voltato, era il signor Michele. Impresa edile a Secondigliano, in passato aveva messo a posto un paio di volte la caldaia dell’acqua calda a casa prima di cambiarla definitivamente e come capita dalle nostre parti era diventato l’idraulico di famiglia.
Mani grandi, caffè al banco, le solite chiacchiere prima del caffè, mentre bevo il bicchiere d’acqua obbligatorio (rigorosamente prima della tazzina) la televisione accesa nel bar comincia a parlare del referendum.
Don Michele parla di un ragazzo che lavora con lui che senza il reddito “non sa’ più come fare”. Io intanto ascolto lui da un orecchio e dall’altro sento quello che dice la tv che nessuno sta ascoltando. Mi colpisce la frase: Napoli capitale del No. E qualcuno che commenta raccontando di come l’intera città si sia mobilitata in maniera straordinaria contro chi voleva distruggere la Costituzione, proprio come le quattro giornate contro i nazifascisti.
Ne ho abbastanza e torno a guardare don Michele che intanto spiega come togliere il reddito di cittadinanza sia stato un attacco al popolo napoletano fatto da questi al governo che vogliono pure separarsi per non darci più soldi. «Io il reddito non l’ho mai preso, eh. Io tengo l’impresa. Ma quei poveri ragazzi che lavorano con me mo’ non sanno come fare.»
Potrei obiettare che se lavorano con lui non capisco come prendevano il reddito di cittadinanza. Ma tant’è, meglio glissare.
Gli chiedo del referendum. Se abbia votato No.
«Nientemeno professo’? E certo. Questi vogliono abbattere la Costituzione che è la più bella del mondo. Prima il reddito, poi si vogliono staccare dal Sud: ci vogliono far fare la fame, dopo tutto quello che si sono mangiati.»
Non mi pare il caso di aprire un discorso puntuale sulla riforma della giustizia. Gli dico che il referendum era sulla giustizia, sulla separazione delle carriere, sulla Corte costituzionale, sui giudici…
«Sì sì, come no. Ma tanto è sempre la stessa cosa.»
La cosa straordinaria è che il signor Michele non ha tutti i torti. Il filo che collega autonomia differenziata, smantellamento del welfare e riforma della magistratura esiste davvero, ed è tenuto insieme dalla stessa coalizione di governo. Lui lo percepisce per via sensoriale, senza la mediazione dell’analisi politica. E ha votato di conseguenza.
Gli chiedo che pensa di quello che ha detto la televisione, che siamo la capitale del No. Di Napoli che si mobilita, che scende in campo, che presidia i valori fondanti della Repubblica. Insomma, dell’epica risorgimentale con cui veniva commentato il voto.
Lui sorride sornione. «E io so’ patriota» dice ridendo e con lui rido anche io.
Tornato a casa il ricordo della faccia di don Michele ‘o patriota mi fa ancora sorridere, ma stavolta voglio vedere i numeri. Come si usa oggi: voglio il conforto dei dati.
Non ci vuole molto, cerco i risultati delle ultime elezioni e quelli del referendum sul sito del comune. E i dati raccontano ovviamente un’altra storia.
All’ultimo turno delle comunali, nel 2021, i candidati del centrosinistra — Manfredi, Bassolino, Clemente — presero insieme 265.866 voti. Alle politiche del 2022, Pd, M5S, Calenda e De Magistris ne portarono a casa 269.034. Al referendum, il No si è fermato a 264.977. L’affluenza: 366.374, poi 361.709, poi 352.422.
Sostanzialmente stabili, magari leggermente in discesa. E così, intanto, si chiarisce un primo equivoco: non è arrivato nessuno in più a difendere la Costituzione. Anzi, a voler essere pignoli, qualcuno è rimasto a casa.
Il voto al referendum è finito per essere un voto pro o contro Meloni. Lo ha voluto anche lei che alla fine si è sperticata a comparire ovunque, a metterci la faccia, a dispetto di quanto aveva dichiarato per scampare il pericolo dimissioni in caso di vittoria del No.
Quello che è successo è semplicemente la mobilitazione degli elettorati pro o contro il governo già presenti in città.
Ma torniamo ai dati. Il Sì ha preso qualcosa in più rispetto al centrodestra storico — 86.029 contro i 75.000 abbondanti di Maresca e di Meloni — ma il delta si spiega facilmente: qualche moderato che sulla giustizia aveva una posizione autonoma, qualche astensionista che su questo tema specifico si è mosso.
Napoli non si è mobilitata più di quello che aveva sempre fatto e ha votato come vota oramai da decenni. Il centrosinistra ha tenuto i suoi, il centrodestra i suoi. La Costituzione non c’entra — o meglio, c’entra quanto il reddito di cittadinanza e l’autonomia differenziata.
Il dato che veramente dovrebbe preoccupare Giorgia Meloni più della sconfitta referendaria in sé, è che dopo tre anni di governo, a Napoli il centrodestra non sposta praticamente nulla. I voti in più per il Sì rispetto al suo perimetro elettorale consolidato vengono da altrove — dall’area moderata, certo, ma anche da quella tradizione di sinistra riformista che qui è storicamente radicata. Erede dei miglioristi del Pci di Napolitano e Chiaromonte e del Psi di Ernesto De Martino, una tradizione che ha sempre guardato alla giustizia come a un terreno di riforma possibile, non di trincea ideologica.
Sono voti che il centrodestra non ha conquistato. Sono voti che il centrosinistra ha semplicemente perso per un pomeriggio.
Il signor Michele, intanto, ha già chiuso il discorso. «Comunque — mi dice alzandosi — io so’ andato a votare perché ci tengo. E lo sapevo già come andava a finire.» Sorride, mi stringe la mano e mentre prende la strada verso il parcheggio si gira e agitando vigorosamente la mano, da lontano quasi urla «e forza Napoli, professo’!»
E anche questo, dalle nostre parti, è una forma di saggezza tutta autenticamente politica.












