C’è una scena che Freud avrebbe apprezzato, ma che Gramsci avrebbe trovato più istruttiva.
Elly Schlein è a Padova, è l’8 febbraio 2026, sta chiudendo un comizio per il No al referendum sulla giustizia. Tour, palco, microfono, militanti in ascolto. E nell’ultima frase — quella che dovrebbe essere il sigillo, il pugno sul tavolo — accade qualcosa di memorabile: «Vi chiedo di appoggiare tutti i comitati civici per il Sì».
Sì. Non No. Quelli per il Sì.
Il video resta online: quaranta giorni di silenzio
Il filmato viene caricato sul canale YouTube ufficiale del Partito Democratico. E lì resta, per oltre un mese, con il lapsus Schlein in bella mostra, accessibile a chiunque voglia guardare.
Solo che nessuno guarda.
Nessun quadro di partito. Nessun addetto stampa. Nessun militante della prima ora. Nessun giornalista amico che lanci l’allerta. Il video sopravvive indisturbato fino al 18 marzo, quando — a quarantotto ore dal voto, durante il comizio finale a Piazza del Popolo — qualcuno lo riscopre e lo ricondivide. A quel punto diventa virale: cavalcato dalla Lega, commentato da Valditara, trasformato in caso politico dell’ultima ora.
Senonché la notizia vera non è il lapsus.
Cosa rivela davvero la gaffe di Schlein
La notizia è un silenzio che è durato quaranta giorni.
Una distrazione collettiva che racconta qualcosa di più preciso di qualunque analisi freudiana: quello che aveva detto la segretaria del PD non è interessato a nessuno. Neanche ai quadri del suo partito. Non per ostilità — che presupporrebbe attenzione maggiore. Non per calcolo — il calcolo presupporrebbe strategia. Semplicemente: nessuno ha ascoltato.
Il lapsus come sintomo, non come causa
Il lapsus Schlein sul referendum giustizia è rimbalzato sui social con l’entusiasmo di chi ha trovato una prova schiacciante. Le interpretazioni si sono moltiplicate: inconscio riformista, eredità del nonno Agostino Viviani — ex consigliere del CSM, favorevole in passato alla separazione delle carriere —, stanchezza da campagna, doppio messaggio volontario.
Tutte letture che presuppongono un’organizzazione capace di produrre significati, anche involontari. Ma un partito che non ascolta neanche i propri comizi non produce significati. Piuttosto produce rumore.
Fermi tutti: il problema non è Schlein
Sarebbe comodo fermarsi alla leader. Il punto è strutturale: un apparato che lascia online per quaranta giorni un video imbarazzante sul proprio canale ufficiale è un apparato che ha smesso di sorvegliarsi. Non per negligenza occasionale — per abitudine al disinteresse.
Si chiamava, una volta, disciplina di partito. Non nel senso deteriore del termine — nel senso della cura, dell’attenzione a ciò che si dice e a come si viene percepiti. Quella disciplina presupponeva che qualcuno, da qualche parte, stesse guardando. Ascoltando. Prendendo nota.
Non ci sono più i comunisti di una volta
Quella cultura organizzativa non esiste più. I comunisti di una volta — e con loro una certa idea di partito come macchina collettiva vigile — quel video lo avrebbero visto. E il problema sarebbe stato risolto prima di mezzanotte.
Il lapsus Schlein al referendum sulla giustizia 2026 resterà negli archivi come una piccola curiosità virale. Ciò che merita di restarci davvero, invece, è la fotografia di un partito che pubblica le proprie gaffe e non se ne accorge. Con buona pace dell’attenzione maniacale alla comunicazione ai tempi del web, quella che consiglia di pagare perfino un armocromista per abbinare camicia e pantaloni.












