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La Famiglia nel bosco: quello sbagliato

bosco

Facciamo un esperimento mentale. È il 1987. Una coppia straniera si stabilisce in un casolare abruzzese, senza elettricità, senza acqua corrente, senza scuola per i figli. Mangiano quello che producono, si rifiutano di vaccinarsi, vivono fuori dai circuiti istituzionali. Cosa succede? Probabilmente niente. Forse un servizio televisivo curioso, una corrispondenza da un settimanale progressista, qualche vicino che scrolla le spalle. Sicuramente non un procedimento del Tribunale per i minorenni, non un’ordinanza di sospensione della responsabilità genitoriale, non Giorgia Meloni che interviene sui social.

Eppure le condizioni materiali sarebbero state identiche. La legge, sostanzialmente, anche.

Qualcosa è cambiato. La domanda è cosa.

Quando il bosco era romantico

L’Italia post-Sessantotto era piena di famiglie che vivevano come i Trevallion, spesso in condizioni più radicali. A Terrasini, in Sicilia, la più grande comune italiana degli anni Settanta ospitava decine di persone — bambini inclusi — in una vita comunitaria senza strutture formali, senza scuola tradizionale, senza quasi niente di quello che oggi chiameremmo tutela minorile. Fu chiusa per dinamiche interne, non per intervento dello Stato. A Bussana Vecchia artisti e alternativi occuparono un villaggio abbandonato e ci vissero per decenni, tollerati come avanguardia culturale. Fabrizio Cardinali fonda la Tribù delle Noci Sonanti a Cupramontana alla fine degli anni Ottanta: niente luce, niente acqua corrente, pasti consumati per terra. Cardinali fa addirittura un figlio, Siddhartha, nato in casa e cresciuto senza scuola pubblica. Trent’anni dopo, la Regione Marche finanzia un documentario su di loro. Il sito del turismo locale li cita come attrazione.

Nessun fascicolo. Nessun procedimento. Nessun ministro.

La tentazione è di concludere che siamo diventati più intolleranti, più punitivi, più ossessionati dai protocolli. Ed è una tentazione che contiene una parte di verità — il moltiplicarsi di linee guida, obblighi vaccinali, standard abitativi minimi è un fenomeno reale, figlio di una cultura sempre più medicalizzata e procedurale. Ma fermarsi qui significa perdere la parte più interessante della storia.

Il problema non è il bosco. È chi sei nel bosco

Fabrizio Cardinali vive a Cupramontana da trent’anni. Lo conosce tutta la vallata. I registi del documentario ci hanno passato un anno prima di accendere la telecamera. Il sindaco sa chi è. I vicini sanno chi è. Quando qualcuno potrebbe segnalarlo, c’è sempre qualcun altro che può contestualizzare, spiegare, garantire informalmente. La sua scelta di vita, per quanto radicale, è inserita in un tessuto sociale che la riconosce e, implicitamente, la legittima.

I Trevallion non hanno niente di tutto questo. Arrivano da fuori, non li conosce nessuno, non hanno costruito nessuna rete. Quando il 24 settembre 2024 tutta la famiglia finisce in ospedale per un’intossicazione da funghi e i carabinieri entrano nel casolare, non c’è nessun vicino, nessun commerciante, nessun parroco che possa dire: li conosco, sono brave persone, è una scelta di vita. C’è solo il vuoto che caratterizza le individualità della nostra epoca — e nel vuoto, il sistema fa quello che fa sempre: applica la norma.

Il radicamento territoriale non è un dettaglio sociologico. È lo scudo informale che nei casi precedenti ha sempre protetto le famiglie alternative dall’intervento istituzionale. Le comuni degli anni Settanta erano tollerate anche perché erano parte di un ecosistema culturale riconoscibile, avevano interlocutori, avevano una narrativa condivisa con il territorio circostante. I Trevallion sono atterrati in Abruzzo come si atterra in un luogo qualsiasi — ma non sapevano che un luogo qualsiasi non ti protegge.

Questo non significa che il Tribunale dell’Aquila abbia sbagliato. La legge prevede interventi esattamente per situazioni come questa — mancata scolarizzazione, trascuratezza sanitaria, condizioni abitative inadeguate — e Catherine Birmingham aveva opposto resistenza ostinata a qualsiasi tentativo di dialogo con i servizi. Il punto non è la legittimità del provvedimento. È che, probabilmente, lo stesso provvedimento non sarebbe mai arrivato se i Trevallion fossero stati radicati, conosciuti, parte del paesaggio umano di Palmoli.

Il cortocircuito

C’è però un secondo elemento che rende la vicenda quasi comica, se non fosse che di mezzo ci sono tre bambini. Il caso Trevallion ha prodotto uno dei più spettacolari cortocircuiti politici degli ultimi anni. La destra — quella che per definizione dovrebbe essere l’argine contro lo stile di vita alternativo, anti-istituzionale, sostanzialmente anarchico di una coppia che rifiuta scuola, vaccini e stato civile — si è schierata compatta utilizzando come appiglio la difesa della famiglia. Meloni ha attaccato i magistrati, Salvini ha annunciato una visita ai genitori, il centrodestra ha trasformato i Trevallion in simbolo della libertà familiare contro lo Stato invasore.

La sinistra — quella che storicamente ha difeso le comuni, la libertà educativa, il diritto a non conformarsi ai protocolli sanitari, la critica alla società consumistica — ha taciuto o si è schierata con i giudici.

Non è un’inversione accidentale. È il meccanismo classico del simbolo politico: non conta cosa rappresenta oggettivamente, conta come si inserisce nella narrativa dello scontro in corso. In questo momento la narrativa della destra è “giudici contro famiglie”, e i Trevallion ci si incastrano perfettamente — stranieri, alternativi, perseguitati dallo Stato. Poco importa che la loro scelta di vita sia tutto tranne che conservatrice. Il simbolo ha preso il sopravvento sulla storia.

E così una coppia che negli anni Ottanta sarebbe stata un caso da Costanzo Show — bizzarri, simpatici, un po’ matti — è diventata il terreno su cui si combatte il referendum sulla magistratura.

Cosa resta

Fabrizio Cardinali e suo figlio Siddhartha crescono nel bosco marchigiano e diventano un film. I figli di Catherine Birmingham vengono portati via. La legge è la stessa. La differenza è che Fabrizio è di Falconara Marittima, conosce tutti, e il sindaco di Cupramontana sa dove abita. I Trevallion sono arrivati da Sydney con un’idea del mondo e nessuna rete.

Nel 1987 sarebbe bastato. Nel 2025 non basta più — non perché siamo diventati più crudeli, ma perché il sistema si è fatto più rigido, più procedurale, più dipendente dalla segnalazione formale rispetto al consenso informale. E il consenso informale, si scopre, era l’unica vera protezione che le famiglie alternative hanno sempre avuto.

I Trevallion non avevano considerato che nei tempi malati in cui viviamo, la loro difesa sarebbe finita nelle mani di chi difende la famiglia tradizionale con cui loro fanno di tutto per non avere a che fare.

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