La storia è quella sui giornali. Quella del bambino morto per il trapianto di cuore andato male per colpa del destino cinico e baro, con l’aiuto determinante delle miserie di qualcuno troppo distratto. Oggi ci sono stati i funerali e se ne è parlato. E se ne continuerà a parlare.
Solo che quando muore un bambino non c’è niente da dire. Questo, forse, andrebbe stabilito subito, come una premessa non negoziabile. Non c’è niente da dire, ma si dice moltissimo. Si dice troppo. Si dice malissimo.
Muore un bambino e immediatamente si attiva un dispositivo collettivo di gestione del dolore che con quel bambino c’entra poco. C’entra moltissimo con noi. Che siamo strutturalmente incapaci di guardare la realtà senza un filtro che la ammaestri. Una narrazione, si dice. Un senso, si diceva.
Perché quello che ci sbatte in faccia la morte di un bambino è che semplicemente non ha senso. Non ne ha uno nascosto, né uno più alto, né uno che si rivelerà col tempo. Non c’è un disegno. Non c’è una lezione. Non c’è un “almeno”. E ogni frase che inizia con “almeno” dopo la morte di un bambino è una frase che andrebbe ingoiata prima di pronunciarla.
Eppure noi non riusciamo proprio a resistere al bisogno di provare a trasformare l’insensato in qualcosa di maneggiabile. È più forte di noi — letteralmente. La civiltà, se ci pensate, è in gran parte un gigantesco apparato di rimozione del dolore, della morte. Religioni, filosofie, sistemi giuridici, architetture funerarie: tutto concorre a costruire un involucro protettivo attorno al fatto irrisolto che si muore. E che si muore a caso, a qualsiasi età, e che morire non significa niente.
Già con gli adulti la cosa è difficile. Con i bambini è insostenibile.
Nel nostro immaginario il bambino è promessa. È futuro. È innocenza, qualunque cosa significhi. E la morte di una promessa stona come una contraddizione logica, un errore di sistema, qualcosa che non dovrebbe accadere in un mondo ordinato.
Senonché il mondo non funziona a doveri. Funziona e basta. Con una indifferenza che non è la crudeltà di un’intenzione malvagia, ma l’assenza totale di interesse per le nostre categorie morali.
Quello che facciamo, quando muore un bambino, è istruttivo. Non è il dolore, che è privato e impenetrabile e non riguarda chi non lo prova perché non è detto che tutti lo provino. Spiega le strategie che mettiamo in campo collettivamente per difenderci dalla mancanza di senso e non dare di matto.
Anche stavolta si comincia con la ricerca del colpevole. Di quello che forse ha sbagliato. Che deve aver sbagliato. Un medico, un genitore, un’istituzione, un sistema. Se troviamo il colpevole, il male rientra nell’ordine della spiegazione causale, e ciò che è spiegabile è — almeno in teoria — evitabile o perlomeno controllabile.
Sapere che il bambino è morto per colpa di qualcuno, ci tranquillizza. Perché allora il mondo è ancora un posto governabile. Orribile, forse. Ma saldamente nelle nostre mani.
Poi c’è la trasfigurazione. Quel bambino è un angelo, una stellina, un fiore nel giardino del cielo. Diventa una metafora. Non è più un corpo che ha smesso di funzionare. Diventa un simbolo. Questa operazione, che a chi la compie pare un atto di pietà, è in realtà un disperato gesto di autodifesa dall’oppressione dell’assurdo.
Ci si sente in dovere di manifestare solidarietà. I social, le candele virtuali, i “non ci sono parole” scritti in quattrocento parole. Il lutto performativo, che serve più a chi lo esibisce che a chi lo subisce. Si prova ad appropriarsi del dolore altrui per esistere nello sguardo degli altri. E quando il bambino che è morto ci fa compiacere di come ci si mostra, è probabilmente l’aspetto più osceno dell’intera faccenda.
Davanti alla morte di un bambino siamo semplicemente smarriti. Paralizzati. Non sappiamo dove mettere le mani. Il nostro arsenale di concetti e parole — quello che usiamo per tenere insieme la giornata, per darle forma — si scopre completamente inutile oltre che inadeguato.
Lo smarrimento fa paura. Non si può condividere bene. Non produce contenuto, non costruisce la rassicurante comunità del dolore. Lo smarrimento è muto e solitario e non serve letteralmente a niente. Che forse è proprio il motivo per cui sembra l’unica reazione appropriata.
C’è una frase di Dostoevskij che viene citata spesso in questi contesti, troppo spesso, fino a diventare un altro modo per anestetizzarsi attraverso la cultura. Non la citerò. Dirò solo che aveva ragione nel porre la domanda e torto nel cercare una risposta. Perché non c’è risposta. C’è solo il fatto, nudo e resistente a ogni interpretazione.
Un bambino è morto. Non è diventato una stella. Non è andato in un posto migliore. Non ci ha insegnato niente. È morto, e il mondo ha continuato come se niente fosse, perché dal punto di vista del mondo non è successo niente di speciale.
La verità elementare è che il male non è un’anomalia, una stranezza del destino, sempre più cinico. Sempre più baro. È parte della realtà. E tutto il nostro bisogno di costruire significati — le religioni, le ideologie, le narrazioni terapeutiche — è solo il modo in cui ci si inventa un senso per convivere con un universo che del senso non ha nozione alcuna.
Quando muore un bambino, per un istante, lo vediamo. Poi ci voltiamo dall’altra parte e non potremmo fare altrimenti. E ci fa male accorgerci che ci stiamo voltando.












