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Repupplica, Photoshop e il Festival dei ricordi

festival di sanremo

Io non guardo Sanremo, anche se Sanremo è parte integrante dei miei ricordi di bambino, quando lo guardava tutta la famiglia seduta per giorni davanti all’unico televisore di casa.

Quest’anno poi, le polemiche sul comico di destra che ha rinunciato dopo un mezzo linciaggio a mezzo stampa, Carlo Conti che ha cominciato a mettere le mani avanti dicendo che questo era il suo ultimo Sanremo, e soprattutto l’oggettiva scarsità di proposte musicali degne, mi hanno dato la conferma che Sanremo esiste ancora ma che oramai fa parte dell’oleografia consolidata del paese con cui si consolano i non più giovani come me.

Senonché la prima serata è stata un capolavoro capace di rappresentare al meglio la confusa Italia in cui spensieratamente viviamo.

Complice la difficoltà a gestire una platea un bel po’ pretenziosa, quest’anno la decisione è stata di celebrare all’Ariston gli 80 anni della Repubblica. Un’apertura all’insegna della solennità, della memoria, delle istituzioni. Ciliegina sulla torta una signora di 105 anni il cui principale titolo di merito è anagrafico: nel 1946 c’era. Insomma, e senza voler essere irrispettosi, era biologicamente presente.

Un messaggio in sintonia con un Festival che si era aperto con la commemorazione di una quantità impressionante di defunti illustri. La signora sul palco non viene ricordata, e rappresenta un messaggio di speranza per chi si fosse intristito scoprendo che il festival di cui si ricordava da bambino era scomparso con Pippo Baudo e Beppe Vessicchio.

Senonché la signora arriva accompagnata dai figli, si accomoda, e dietro di lei campeggia la scritta “Repupplica”. Con due p. Una Repubblica potenziata, versione beta. Nessuno se n’è accorto prima della messa in onda — non il grafico, non il revisore, non il responsabile del ledwall. La doppia p evidentemente sembrava perfettamente costituzionale.

Ma il vero capolavoro arriva con le foto d’epoca: cittadini che mostrano i giornali della vittoria repubblicana. Peccato che nell’originale si leggesse “L’Unità. Organo del Partito comunista italiano” — testata elegantemente evaporata nella versione tv. Nessuna regia occulta, temo: qualcuno avrà semplicemente pensato “meglio evitare”. Il quieto vivere applicato al 1946 con strumenti del 2026.

Ed è qui che scatta il corto circuito perfetto.

La signora — nata nel 1920, prima generazione di donne italiane al voto, appena venticinque anni nel giugno del ’46 — spiega con la semplicità disarmante di chi non ha una strategia comunicativa che in casa sua erano tutti di sinistra, eh, tutti. Poi aggiunge che era contenta perché finalmente i fascisti se ne erano andati via, e a quel punto fa il gesto: mano agitata, saluto romano rovesciato, arrangiàtevi. Ingenua, diretta, senza filtro.

Sanremo applaude all’unisono.

L’applauso, a dire il vero, parte già quando dice sinistra. Il pubblico dell’Ariston — lo stesso che aveva applaudito i baci di mano rivendicati come gesto di suprema galanteria, nel paese dove a baciare le mani sono storicamente i mafiosi — si entusiasma per la testimonianza antifascista della centenaria mentre in regia qualcuno ha appena cancellato l’Unità dalla storia.

La coerenza non era prevista in scaletta.

Il resto del Festival è uno specchio fedele di questa logica: omaggi, ritorni, revival, commemorazioni. Una sfilata di memorie, molte delle quali già defunte. Si ricordano più nomi di quanti ne vengano scoperti, e il presente, quando si affaccia, lo fa quasi scusandosi.

I giovani — teoricamente il pubblico da conquistare — assistono a qualcosa che somiglia più a una veglia affettuosa che a un festival della canzone. Ma con i fuochi d’artificio.

La “Repupplica”, alla fine, è il lapsus giusto per l’occasione giusta: un Paese che vuole celebrare la storia ma inciampa sull’ortografia del presente. E intanto applaude tutto — la sinistra, i fascisti cacciati, i baci di mano, i morti illustri — con lo stesso identico entusiasmo.

Perché Sanremo è del 51, e come i boomer a cui parla meglio, non giudica. Celebra. E poi dimentica.

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