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Come ti chiami?

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Mio nonno si chiamava Alfonso. Come suo nonno. E come il figlio di suo nonno. Nella cascata delle generazioni, il nome scendeva dall’alto come una benedizione e come un vincolo: portavi il nome di chi ti aveva preceduto, e in quel nome c’era un programma, una appartenenza, quasi una cambiale da onorare. Alfonso perché eravamo cattolici (quello del presepio), perché eravamo meridionali, perché c’era un santo a cui la famiglia era devota e un nonno a cui si doveva rispetto anche dopo la morte. Il nome era memoria fatta carne.

Oggi conosco un bambino che si chiama Kevin. I suoi genitori hanno quarant’anni, vengono da Napoli, non hanno mai visto l’Irlanda né probabilmente sapranno mai che Kevin è il nome di un santo irlandese del VI secolo — Coemgen, “nato bello” in gaelico antico — venerato a Glendalough tra le colline del Wicklow. Per loro Kevin è semplicemente un nome moderno. Internazionale. Che suona bene. Che non pesa.

Ed è esattamente in quel non pesa che sta tutto il problema.

Il nome, per millenni, è stato la prima eredità.

Nel Medioevo cristiano il repertorio era ristretto quasi per definizione: Giovanni, Pietro, Maria, Caterina. La varietà la garantivano i diminutivi, i soprannomi, i riferimenti al santo del giorno o alla devozione locale. Il primogenito maschio portava il nome del nonno paterno con la stessa naturalezza con cui portava i suoi occhi o il suo naso. Non era una scelta: era una continuità. Il nome diceva da dove venivi, a chi appartenevi, in quale catena di generazioni eri un anello.

Poi arriva il Novecento, e con esso la prima grande frattura.

Il boom economico degli anni Cinquanta e Sessanta porta nelle case italiane il cinema americano, il fotoromanzo, la televisione. E con questi arrivano i nomi: Walter, Franco — in omaggio a Frank Sinatra, non al cugino — Sandra come Romy Schneider, Lara come quella di Il dottor Živago. È già un segnale inequivocabile: il nome smette di guardare indietro verso i morti e comincia a guardare in avanti verso i divi. Non sei più il nipote di tuo nonno: sei la proiezione del sogno dei tuoi genitori. La mobilità sociale passa anche di qui, attraverso un atto di battesimo che è già un atto di rottura.

Ma questa prima frattura ha ancora una logica. I genitori degli anni Sessanta scelgono nomi stranieri per guardare verso un altrove che sentono superiore, più moderno, più libero. C’è una aspirazione riconoscibile, persino commovente. Sandra vuole essere Romy Schneider: lo sa, lo dichiara, ci costruisce sopra una identità.

Il vero salto avviene negli anni Ottanta.

In quel decennio i nomi smettono di essere trasmissione e diventano performance. Il figlio non porta il nome del nonno né il nome del divo: porta il nome che i genitori hanno scelto come dichiarazione di sé. Compaiono Kevin, Bryan con la y, Vanessa, Jessica, Deborah con la h finale che nessuno sa spiegare. Nomi che non appartengono a nessuna tradizione italiana, né popolare né colta, né cattolica né laica, né classica né dialettale. Nomi che vengono dalla televisione americana, consumata in periferia senza il codice culturale che li renderebbe leggibili.

Qui il meccanismo si inceppa. Perché quando Sandra si chiamava come Romy Schneider, almeno c’era un referente, una storia, un film che qualcuno aveva visto. Ma quando Kevin si chiama Kevin, il referente è già scomparso: resta solo il suono, svuotato di significato, come una parola straniera pronunciata senza conoscere la lingua.

Umberto Eco, con la consueta precisione chirurgica, aveva notato la stessa dinamica a proposito dei pronomi di cortesia: nelle campagne il consumo televisivo avveniva “senza saperlo mediare con una tradizione precedente.” La televisione arrivava, ma non arrivava il codice per decifrarla. Il risultato era un’ibridazione senza sintesi, un’imitazione senza comprensione.

I Kevin degli anni Ottanta sono i figli esatti di quel meccanismo.

Oggi siamo al terzo atto, e il panorama è stranamente stratificato.

Le comunità immigrate — bangladesi, cinesi, romene, senegalesi — chiamano i figli con nomi che trasmettono identità religiosa e comunitaria con la stessa logica del Medioevo cristiano. Mohammed, Fatima, Ion, Blessing: nomi che pesano, che appartengono, che dichiarano una appartenenza senza vergognarsene. C’è in questo qualcosa di arcaico e al tempo stesso di sano: il nome come radice, non come ornamento.

I figli dei ceti medi riflessivi, nel frattempo, si chiamano Aurora, Viola, Matilde, Edoardo. Un ritorno romantico ai nomi medievali e risorgimentali, come se la borghesia colta stesse cercando le radici che i Kevin degli anni Ottanta avevano reciso. È una scelta consapevole, quasi una reazione: dopo l’oblio, la memoria artificialmente ricostruita.

E poi c’è la classe dirigente creativa, quella che abita i loft e porta i bambini alle mostre: chiama i figli con nomi inglesi o inventati, perché l’inglese è oggi quello che il latino era nell’alto Medioevo — la lingua del potere sovranazionale, dell’élite che non appartiene a nessun posto e quindi appartiene a tutti i posti. Noah, Emma, Liam, James: nomi che suonano uguali a Milano e a Londra, a Brooklyn e a Berlino. Nomi senza accento, senza radice, senza peso. Perfetti per un mondo in cui il peso è diventato un handicap.

Il nome è la prima parola che riceviamo e che non abbiamo scelto.

Quando smette di essere trasmissione e diventa progetto parentale, qualcosa si rompe nella catena della memoria. E quando Kevin non sa — e non può sapere, perché nessuno glielo ha detto — che il suo nome viene da un monaco irlandese del VI secolo e non da nessuna tradizione sua, siamo esattamente nel punto di rottura che merita di essere chiamato con il suo nome: smemoratezza.

Non è colpa di Kevin. È colpa di chi, in quel momento di libertà assoluta che è la scelta del nome, ha scelto di non scegliere niente — di prendere un suono dalla televisione e chiamarlo futuro.

Mio nonno si chiamava Alfonso. Portava quel nome come si porta un debito d’onore. E sapeva esattamente perché.

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