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Il caffè, la carta e la vergogna

Pagamentocon carta di credito

A Copenaghen ho pagato un caffè con il telefono. Non ho nemmeno tirato fuori il portafoglio. Ho avvicinato l’aggeggio al lettore, ha fatto bip, e il barista biondo mi ha sorriso come se avessi fatto la cosa più naturale del mondo. Perché lo è. In Danimarca se paghi in contanti ti guardano come uno che nasconde qualcosa. Probabilmente un cadavere.

A Napoli, stamattina, ho tirato fuori la carta per un caffè. Un euro. Il barista mi ha guardato come si guarda un parente che ha fatto una cosa di cui non si parla a tavola. Non ha detto nulla. Ha preso la carta. Ha infilato il POS con la delicatezza di chi maneggia un ordigno. Ha aspettato il bip. Me l’ha restituita senza guardarmi negli occhi.

Dietro di me, un signore con il giornale sotto il braccio ha pagato con una moneta. Il barista l’ha chiamato “dottó”. A me non ha detto niente.

Ora, io lo so che pagare con la carta è giusto. Lo so che il contante è opaco, che l’evasione è un problema strutturale, che i paesi civili hanno quasi eliminato il cash, che la tracciabilità è un principio sacrosanto della convivenza fiscale e democratica. Lo so. Lo penso. Ci credo.

Ma quando tiro fuori la carta per un euro in un bar più o meno di provincia, non mi sento un cittadino europeo consapevole. Mi sento un infame.

È una questione antropologica, non fiscale. Il caffè al bar non è una transazione economica. È un sacramento. Ha i suoi gesti, i suoi tempi, la sua liturgia: entri, saluti, ordini senza specificare perché il barista già sa, aspetti appoggiato al bancone, bevi in piedi, lasci la moneta, te ne vai. Il tutto in novanta secondi. Il contante è parte del rito: veloce, anonimo, tattile. La carta interrompe la cerimonia. Introduce un terzo incomodo — la banca, il circuito, la ricevuta — in un momento che dovrebbe essere tra te e il barista. Praticamente è come portare un notaio a una cena tra amici.

Flaiano avrebbe detto che in Italia la situazione è grave ma non seria. Il POS al bar è la dimostrazione che è diventata seria ma non per questo meno grave. Abbiamo il terminale. Funziona. Accetta il contactless. Ma l’anima del paese è ancora nella moneta lasciata sul bancone con quel gesto distratto che dice: io qui sono di casa, non ho bisogno di ricevute.

Il problema, naturalmente, è che quel gesto distratto vale circa centosessanta miliardi di euro all’anno di economia sommersa. Ma questo al bancone del bar non lo dici. Al bancone del bar sorridi, prendi il caffè, e lasci la moneta. Come si è sempre fatto. Come faremo finché il barista non verrà sostituito da una macchinetta che accetta solo carte e non ti chiama “dottó”.

Quel giorno rimpiangeremo tutto: il contante, l’evasione, e soprattutto il caffè. Perché la macchinetta, è noto, il caffè lo fa malissimo.

In Danimarca non hanno questo problema. Ma in Danimarca il caffè fa schifo.

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