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La fine dei lavori di ufficio: se i CEO dell’ AI scoprono quello che già sapevamo

La fine del lavoro di ufficio a mezzo AI

A maggio 2025, Dario Amodei — CEO di Anthropic, una delle aziende di punta nell’intelligenza artificiale — ha dichiarato ad Axios una cosa che i produttori di tecnologia di solito evitano di dire: la tecnologia che stiamo costruendo potrebbe eliminare il cinquanta per cento dei lavori impiegatizi entry-level entro cinque anni. La disoccupazione potrebbe toccare il venti per cento. “Noi, come produttori di questa tecnologia, abbiamo il dovere e l’obbligo di essere onesti su quello che sta arrivando”, ha aggiunto. “Non credo che la gente se ne renda conto.”

Pochi giorni fa Mustafa Suleyman, capo della divisione AI di Microsoft, ha rincarato la dose al Financial Times: dodici-diciotto mesi, e la maggior parte dei compiti professionali svolti davanti a un computer — avvocatura, contabilità, project management, marketing — saranno automatizzabili. Bernie Sanders l’ha definito un “terremoto economico”. Stuart Russell, uno dei massimi studiosi di AI al mondo, ha parlato di scenari con l’ottanta per cento di disoccupazione.

Si può discutere sulle percentuali. Si può sospettare — e non a torto — che chi vende tecnologia abbia interesse a presentarla come inarrestabile. Ma c’è un elemento che rende le obiezioni meno rassicuranti del solito: l’AI non sostituisce braccia, sostituisce cervelli. E non quelli dei lavoratori manuali, ma quelli dei laureati, dei professionisti, di chi ha investito anni e decine di migliaia di euro in formazione per sedersi esattamente a quella scrivania che un algoritmo può occupare a costo zero, ventiquattr’ore su ventiquattro, senza ferie e senza contributi.

La cosa curiosa è che tutto questo era già stato detto da almeno trent’anni.

Trent’anni di diagnosi ignorate

Nel 1930 John Maynard Keynes scrisse un breve saggio — Possibilità economiche per i nostri nipoti — in cui prevedeva che entro un secolo la produttività sarebbe cresciuta a tal punto da rendere possibile una settimana lavorativa di quindici ore. Aveva ragione sulla produttività: è cresciuta in modo esponenziale. Aveva torto sulla distribuzione: invece di lavorare tutti meno, abbiamo scelto di far lavorare alcuni fino allo sfinimento e lasciare altri senza nulla. Keynes immaginava che il problema sarebbe stato imparare a usare il tempo libero. Non immaginava che avremmo inventato milioni di lavori inutili pur di non affrontare la questione.

Nel 1995, Jeremy Rifkin pubblicò La fine del lavoro, un saggio che ebbe enorme risonanza e poi finì nel dimenticatoio, come capita alle profezie scomode. La tesi era strutturale: ogni rivoluzione tecnologica ha spostato manodopera da un settore all’altro — dall’agricoltura all’industria, dall’industria ai servizi — ma la rivoluzione informatica non lascia un “quaternario” dove rifugiarsi. I lavoratori espulsi dal terziario non hanno un altrove. Rifkin proponeva la riduzione dell’orario di lavoro e un massiccio investimento nel terzo settore — servizi alla comunità, cura, educazione, ambiente — come nuova forma di impiego sociale. Fu accusato di catastrofismo. I CEO dell’AI, oggi, descrivono esattamente il suo scenario, con la differenza che loro ci guadagnano.

Nel 2018, David Graeber — antropologo, anarchico, animatore di Occupy Wall Street — pubblicò Bullshit Jobs, partendo da una domanda semplice e feroce: se il vostro lavoro non esistesse, quanti ne sentirebbero la mancanza? La risposta, basata su sondaggi e centinaia di testimonianze, era desolante: oltre il quaranta per cento dei lavoratori riteneva il proprio impiego sostanzialmente inutile. Graeber classificava cinque tipi di lavori-fuffa — i tirapiedi che fanno sentire importanti i capi, gli sgherri che fanno il lavoro sporco per conto altrui, i ricucitori che mettono pezze a problemi che non dovrebbero esistere, i barracaselle che compilano moduli che nessuno leggerà, e i capomastri che esistono solo per generare lavoro inutile da assegnare ad altri — e sosteneva che la loro proliferazione non era un’inefficienza del mercato ma una scelta politica: tenere la gente occupata è un meccanismo di controllo sociale. Una popolazione con tempo libero e spirito critico è molto più pericolosa di una popolazione stanca e frustrata ma disciplinata dall’obbligo di timbrare il cartellino.

In Italia, Domenico De Masi — sociologo del lavoro alla Sapienza, morto nel 2023 — ha costruito per trent’anni una variazione sullo stesso tema. La chiamava “ozio creativo”: non pigrizia, ma quello spazio che i greci chiamavano scholé e i romani otium, il tempo libero dagli obblighi destinato al pensiero, alla politica, alla cura di sé. De Masi sosteneva che nella società post-industriale la maggior parte dei lavori era già superflua, che la piena occupazione era un mito del Novecento, e che l’unica risposta sensata era ridurre l’orario di lavoro e redistribuire la ricchezza prodotta dalle macchine. Proponeva quindici ore settimanali — come Keynes, un secolo dopo — e un reddito di cittadinanza universale.

Quattro autori diversissimi per formazione, lingua, orientamento politico. Eppure tutti convergono sullo stesso punto: il lavoro retribuito come fondamento dell’organizzazione sociale è in via di estinzione, e la scelta su cosa mettere al suo posto è politica, non tecnologica. I CEO della Silicon Valley non stanno scoprendo nulla. Stanno confermando — con trent’anni di ritardo e qualche miliardo di dollari di interesse personale — quello che economisti, antropologi e sociologi dicevano mentre nessuno li ascoltava.

Il lavoro inutile che l’AI mette a nudo

C’è un aspetto della questione che il dibattito pubblico tende a eludere. L’intelligenza artificiale non “ruba” lavoro in modo neutro. Mette a nudo un sistema dove moltissimi lavori sono già, di fatto, inutili. Chiunque abbia lavorato in un’organizzazione complessa — pubblica o privata — sa che una quota significativa dell’attività quotidiana è composta da riunioni che non decidono nulla, report che nessuno legge, procedure che esistono per giustificare l’esistenza di chi le gestisce, catene di email il cui unico scopo è documentare che qualcuno ha fatto qualcosa.

L’AI non cancella il lavoro umano. Cancella l’alibi. Rende evidente che molte delle attività che chiamiamo “lavoro” sono burocrazia autoriproduttiva, e che il valore aggiunto umano — quello che nessun algoritmo può replicare — sta altrove: nella relazione, nella cura, nel giudizio morale, nella creatività che non è ottimizzazione ma invenzione. Il paradosso è che queste attività, nella nostra economia, sono le meno pagate. L’infermiere vale meno del consulente che compila slide. L’insegnante vale meno dell’analista che produce fogli Excel. Un’AI può già fare le slide e i fogli Excel. Non può tenere per mano un paziente né guardare negli occhi uno studente in difficoltà.

C’è anche un paradosso ulteriore, che Graeber non ha fatto in tempo a vedere: l’AI rischia di non eliminare affatto i lavori inutili, ma di crearne di nuovi. Servono già supervisori di output algoritmici, validatori di contenuti generati, compilatori di prompt — una nuova generazione di barracaselle digitali il cui compito è sorvegliare macchine che avrebbero dovuto semplificare tutto.

Il reddito, la dignità, la politica

In questa luce, vale la pena rileggere la vicenda italiana del reddito di cittadinanza — introdotto nel 2019 e smantellato nel 2023 — con occhi diversi da quelli della cronaca politica. Al di là dei difetti di progettazione, che erano reali e gravi, il reddito di cittadinanza conteneva un principio che attraversa tutto il pensiero che abbiamo ricostruito: l’idea che una persona abbia valore in quanto cittadino, non in quanto lavoratore retribuito. Che il diritto a un’esistenza dignitosa non debba dipendere dall’avere un impiego in un mercato che di impieghi ne produce sempre meno.

Graeber proponeva un reddito di base universale. Rifkin parlava di investimento nel terzo settore finanziato dai guadagni di produttività. De Masi di reddito di inclusione durante le fasi di transizione. Lo stesso Amodei, da San Francisco, suggerisce una tassa sulle aziende di AI per redistribuire la ricchezza: “Se l’AI crea un’enorme ricchezza totale, gran parte di questa andrà alle aziende di AI e meno alla gente comune.” Il lessico cambia, il problema è identico: come si distribuisce la ricchezza in una società dove il lavoro umano non è più il motore della produzione?

La destra ha liquidato il reddito di cittadinanza come assistenzialismo. La sinistra non ha saputo difenderlo se non come misura emergenziale. Nessuno ha avuto il coraggio di presentarlo per quello che poteva essere nella sua forma più avanzata: un primo passo, goffo e imperfetto, verso un modello sociale nuovo. Non per generosità, ma per necessità: perché il vecchio modello — lavora, produci, consuma, e se non lavori non esisti — non funziona più, e l’AI sta per renderlo definitivamente obsoleto.

Un inciso sulla scuola

Chi scrive è un insegnante, e non può non notare che in tutto questo la scuola è assente. Non dal dibattito — dove compare come al solito in funzione ancillare, il luogo dove si devono insegnare le “competenze del futuro” e il “coding” — ma dal pensiero. Se il lavoro retribuito è destinato a contrarsi, a che cosa prepariamo i ragazzi? A competere per i posti che restano, in una gara al ribasso con gli algoritmi? O a vivere in una società dove il lavoro non è più il centro dell’identità, e dove diventano fondamentali altre capacità: la cura, la relazione, il pensiero critico, la partecipazione civica, la capacità di dare senso al tempo libero senza che diventi vuoto?

De Masi insisteva su un punto che gli altri trascuravano: non abbiamo un’educazione al tempo libero. Sappiamo formare lavoratori, non persone. Keynes lo aveva intuito: il problema, scriveva, non sarà la produttività ma l’incapacità di usare la libertà che ne deriva. La scuola del futuro — se avrà un senso — dovrà insegnare non solo a produrre, ma a esistere. Il che, per inciso, è esattamente quello che le discipline umanistiche fanno da qualche millennio, e che il dibattito sulle competenze STEM vorrebbe rendere superfluo proprio nel momento in cui diventa più necessario che mai.

Due scenari, nessuno inevitabile

La trasformazione è in corso. I CEO lo dichiarano apertamente. Le aziende stanno già sostituendo silenziosamente posizioni entry-level con agenti automatici. Shopify e Duolingo hanno tagliato le assunzioni per i ruoli che l’AI può coprire. I dati mostrano un crollo delle offerte di lavoro per neolaureati nel settore tecnologico. La domanda non è più se succederà, ma come lo gestiremo.

Lo scenario pessimista è una società dualizzata: pochi lavoratori essenziali, ad altissima specializzazione, che collaborano con le macchine; una massa crescente di esclusi, con lavori precari o senza lavoro affatto; e un ceto medio in dissoluzione. Rifkin lo descriveva nel 1995. Non c’è bisogno di immaginazione: basta guardare le tendenze in atto.

Lo scenario alternativo è quello che Keynes intravide, Rifkin teorizzò, Graeber reclamò e De Masi provò a rendere italiano: una società che accetta la riduzione del lavoro come un fatto, non come una catastrofe. Che investe su un welfare universale finanziato dalla tassazione della ricchezza prodotta dalle macchine. Che riduce l’orario e redistribuisce. Che riscopre il valore della cura, della relazione, della partecipazione democratica come attività socialmente essenziali. Che forma i suoi cittadini non per il mercato del lavoro ma per la vita.

Almeno uno dei due scenari è inevitabile. Il primo richiede solo inerzia. Il secondo richiede una scelta politica che oggi nessun partito, in nessun paese occidentale, sembra avere il coraggio di fare. Ma la tecnologia, per una volta, non è il problema. È il detonatore di un problema che esiste da un secolo e che abbiamo preferito non guardare: il lavoro finisce, e noi non abbiamo ancora deciso cosa mettere al suo posto.

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