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Allarmi son nazisti

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In Germania l’AfD ha preso il 43,8% in Sassonia-Anhalt. L’Afd è il partito di Björn Höcke, leader in Turingia, che nel 2017 ha definito il memoriale dell’Olocausto a Berlino un “monumento della vergogna”. È il partito di Maximilian Krah, capolista alle europee 2024, che ha detto che non tutti i membri delle SS andrebbero considerati “automaticamente” criminali di guerra. È il partito per il quale la negazione dell’Olocausto è una “legittima espressione di opinione”. Ufficialmente L’AfD ha sempre respinto la definizione di “nazisti”, ma sul piano dei fatti più di un suo esponente di primo piano, non frange marginali, ha prodotto dichiarazioni che i tribunali tedeschi e i propri alleati europei hanno giudicato indifendibili.

Il giorno dopo le elezioni i giornali avevano già l’identikit dell’elettore: uomo, operaio, povero, poco istruito. È il ritratto oramai riconoscibile che si ripresenta identico da vent’anni, dalla Brexit a Trump. Cambiano solo la lingua e il colore del partito. Ha un pregio e un vizio. Il pregio è che a volte è vero. Il vizio è che serve soprattutto a non doversi chiedere se quell’uomo, operaio, povero e poco istruito, possa avere anche ragione su qualcosa.

Perché è comodo spiegare un voto con un censo. Se chi vota AfD lo fa per ignoranza, non serve discutere il contenuto del voto. Basta correggerlo, o compatirlo, il che alla fine è la stessa operazione con un tono diverso.

Un sondaggio Infratest Dimap dice che in cima alle ragioni dichiarate ci sono sicurezza interna e immigrazione. Che sono giudizi politici, non una lacuna scolastica. Un piccolo imprenditore preoccupato per il suo quartiere e un operaio in cassa integrazione possono votare la stessa cosa per lo stesso motivo, e il titolo che li descrive entrambi come “disagiati e poco istruiti” rischia di raccontarne uno solo e nemmeno troppo bene.

Il dato che i titoli hanno lasciato più indietro, e che invece meriterebbe il titolo, è un altro: 170mila voti dell’AfD vengono da chi non votava. Non è, quindi, un travaso dalla CDU, né la solita emorragia dei partiti di governo verso l’opposizione di turno. È gente che il sistema politico aveva già perso, tornata alle urne per un partito solo. Tradotto vuol dire che l’AfD non ha soltanto rubato voti, ne ha fabbricati di nuovi, andando a prendere chi si era ritirato dalla partita per stanchezza o per disprezzo. È la differenza fra un ladro e un bravo piazzista, con il primo che sposta soldi da una tasca all’altra, il secondo che ne fa entrare di nuovi in circolazione.

Qui la sociologia dell’ignoranza si sfalda un po’, perché non si mobilita chi è solo povero o solo poco istruito, si mobilita chi era convinto che nessuno, in tutti quegli anni di CDU-SPD travestite l’una dell’altra, avesse più niente da offrirgli. Perché il non-voto non è apatia, ma un giudizio. E l’AfD non l’ha convertito ma l’ha semplicemente incassato.

Nel frattempo il calcolo dei seggi racconta l’altra faccia della stessa serata. L’AfD ne prende 39. Gliene mancano solo tre dalla maggioranza assoluta di 42. Wagenknecht, che definisce se stessa “la sinistra contro la guerra e la cultura woke”, si offre come stampella con i suoi cinque eletti, con CDU, SPD, Verdi e Linke messi insieme che non arriverebbero comunque alla maggioranza senza di lei. È il paradosso perfetto della politica tedesca (e non solo) contemporanea. Il campo che si dice antiestremista ha bisogno dell’aiuto della forza più anomala del parlamento per contare l’estremismo di destra fuori dai giochi. Diagnosi corretta, alleati improbabili, e la sensazione netta che il farmaco giusto non ci sia più in farmacia.

Chi si ostina a chiamarli “nazisti” e basta, del resto, si prende il lusso più caro che esista in politica. Quello di non dover più capire l’avversario avendolo già archiviato. È un’operazione economica, nel senso letterale del termine: costa poco e rende in indignazione immediata. Ma lascia il conto aperto a lungo termine. E i conti aperti, la Sassonia-Anhalt l’ha appena dimostrato, prima o poi qualcuno li può presentare.

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