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Se uno qualsiasi non vale uno famoso

uno vale uno

L’aereo sanitario per Di Battista è cosa buona e giusta, non è da confondersi con un privilegio perché è la procedura che lo Stato deve a ogni cittadino. Ed è un bene che l’abbia attivata senza indugi, con una velocità pari a quella delle agenzie di stampa.

Perché se c’è qualcosa di stupefacente, più che scandaloso, non è la procedura ma la sua velocità. Perché tra il malore di un ex parlamentare noto e quello di un pensionato qualunque, entrambi ricoverati in un ospedale dell’Avana, passa una differenza che non è scritta in nessuna legge o regolamento consolare che è il fattore tempo.

C’è chi ha un ministro al telefono in giornata e due medici del Gemelli in volo la notte stessa. La maggior parte, verosimilmente, ha una pratica che segue il suo corso, corretto, dovuto, ma con un ritmo decisamente meno “incalzante”.

È un’ingiustizia? È un male? Qui conviene resistere alla tentazione dell’indignazione facile, che è sempre la più economica, perché la verità, meno vendibile ma più onesta, è che si tratta semplicemente del funzionamento fisiologico di una burocrazia che deve occuparsi di milioni di cittadini.

Un caso che finisce sui giornali si muove più in fretta non per inspiegabili meccanismi o odiosi complotti, ma perché la visibilità funziona da acceleratore naturale in qualunque sistema organizzato attorno alla scarsità. Di soldi, di medici, di aerei, di attenzione. Non è una patologia della politica italiana ma quasi una legge fisica di ogni amministrazione che debba scegliere a chi rispondere per primo.

Tutto regolare quindi? Più o meno, diciamo. Il problema che resta è tutt’altro che marginale. Se il criterio informale che distribuisce la rapidità è la notorietà, quale sarebbe il criterio formale capace di renderci davvero equivalenti, diciamo un pensionato di Frosinone e l’ex deputato dell’Avana? Non l’uguaglianza dichiarata (e proclamata) evidentemente. Quella, del resto, non ha mai spostato un aereo di un minuto. L’unico correttivo possibile è, semmai, il vecchio e poco affascinante criterio dell’efficienza dello Stato, di un apparato che funziona abbastanza bene da non aver bisogno della notorietà per attivarsi in fretta.

Perché alla fine, è uno Stato lento che tratta diversamente i suoi cittadini per definizione, per forza viene da dire. E la lentezza è il terreno ideale in cui la visibilità diventa una scorciatoia. Uno Stato efficiente, semmai, è l’unico dove uno vale davvero uno. Non per virtù morale, ma perché non ha bisogno di scegliere come e per chi funzionare.

Nel caso di Di Battista, il paradosso è che il partito che aveva fatto dell’uno vale uno una bandiera si ritrova, con uno dei suoi volti più noti, dentro l’unica prova empirica che smentisce la bandiera. E la colpa non è di Di Battista, né del ministro che ha telefonato. È di uno Stato che funziona in maniera diversa a seconda di chi sei.