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Genova 2001: quando nacque la sinistra del terzo millennio

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Non ho mai aderito al PCI. Sono nato nel 1971, la politica l’ho conosciuta da bambino nelle sezioni di partito e nel sindacato della scuola ancora in formazione, quando i militanti come mio padre, erano semplicemente presenti tra la gente, sul posto di lavoro, corpo a corpo. Mio padre era un vecchio socialista, allievo all’università e nel partito di Francesco De Martino. Antisovietico, era convinto di dover contribuire al cambiamento. Scelse di fare il maestro elementare in una scuola di frontiera piuttosto che il professore. Cos’erano la politica e la sinistra lo imparai andando in giro con lui quando nessuno poteva badare a me.

All’università vissi da vicino la Pantera e le mobilitazioni contro la guerra del Golfo. Mi piacque il PDS di Occhetto per la cesura dichiarata col passato filosovietico, ma non mi convinse l’ambiguità sui temi di sostanza. Nel 1993 aderii a Rifondazione Comunista di Sergio Garavini, che discuteva ancora seriamente di cosa dovesse essere un’alternativa economica reale. Tra il ’97 e il ’98 lasciai perdere. Avevo visto da vicino la foga nell’occupazione del potere di chi si sentiva liberato da ogni remora dopo il crollo dei blocchi contrapposti. Ricordo ancora un ex dirigente della FGCI compiaciuto del proprio accesso alla “stanza dei bottoni”. Non erano le idee troppo confuse e contraddittorie a disturbarmi, era soprattutto il linguaggio. Tangentopoli era passata, ma la lotta tra buoni e cattivi era rimasta, con tutti i suoi codici di appartenenza da adottare “senza se e senza ma”.

L’Ulivo di Prodi, spacciato all’inizio come necessità storica transitoria, era diventato il sistema perfetto per tenere in vita le contraddizioni di una sinistra in crisi di identità. L’orizzonte non era più la nuova società ma l’Unione Europa. Il linguaggio sempre più radicale quanto più conservatrici e allineate al potere economico nella sostanza le scelte politiche.

Il punto più basso fu il governo D’Alema e la sensazione che fare la guerra nell’ex Jugoslavia fosse diventato un modo per accreditarsi agli occhi del potere internazionale. La politica, intanto, era sempre più tecnica elettorale.

Andai a Milano a lavorare nella new economy, senza alcuna passione alla narrazione schmittiana, amico contro nemico, a prescindere dal merito, che la contraddistingue tuttora.

La Bad Godesberg che non fu

Quello che non accadde è racchiuso in una finestra precisa che sono i dieci anni tra il crollo del Muro e Genova, in cui la sinistra italiana avrebbe potuto ritrovare se stessa. Nel 1959 il congresso di Bad Godesberg aveva visto la socialdemocrazia tedesca abbandonare il marxismo come riferimento dottrinale e dichiararsi partito riformista dentro l’economia di mercato, un atto di autocoscienza doloroso e definitivo. L’Italia, tra 1989 e 1991, aveva avuto la stessa occasione ma non la colse. E la sua assenza fu coperta con una narrazione buoni-contro-cattivi destinata a perdere ogni riferimento post ideologico e tracimare nel populismo diventato sempre più attuale.

Non fu fatta perché il significante “riformismo” era già occupato e delegittimato. Aveva un nome, Craxi, reso non solo avversario ma colpevole morale, complice la celebre intervista di Berlinguer sulla “superiorità morale” dei comunisti. E non fu fatta soprattutto perché Tangentopoli offrì, proprio in quegli anni, una scorciatoia morale già pronta, quella degli onesti contro i disonesti, perfettamente sovrapponibile alla vecchia grammatica manichea senza richiedere alcun ripensamento reale. Bastava sostituire le etichette. “Chi ha ragione storicamente” diventava “chi è onesto”, con gli stessi soggetti quasi sempre dalla stessa parte della linea.

Genova 2001, cristallizzazione di una deriva già in corso

Genova non inventa questa deriva, la rende per la prima volta spettacolare e condivisibile su scala nazionale. Venerdì 20 luglio 2001, finito il lavoro a Milano, ero al solito aperitivo del venerdì con i colleghi del portale di cui ero content manager, quando arrivò la notizia. A Genova c’era scappato il morto. “Black bloc” era la parola più ripetuta; qualcuno diceva, sbagliando, che il ministro dell’Interno fosse Fini (era Scajola, Fini era vicepresidente del Consiglio), un errore che circolava con la naturalezza dei fatti veri, segno di quanto in fretta un evento ancora in corso possa diventare mito.

Nel dibattito alla Camera del 23 luglio, seguito su Radio Radicale, c’erano ancora due sinistre distinte. Violante attacca Scajola ma è netto: “chi va lì, con manganelli e scudi per sfondare, è politicamente responsabile di quello che succede”. Rutelli, per l’Ulivo: “non darà mai sostegno né copertura a chi fa uso della violenza”. Nessuno dei due nomina Giuliani come martire. Il registro sacrale lo introduce quel pomeriggio Bertinotti, con Morin e Giorgiana Masi. E c’è una voce che la memoria ha rimosso, quella di Ugo Intini, socialista, che mette in guardia da “una sinistra anomala, ribellista, massimalista e strutturalmente minoritaria”; Diliberto, dei Comunisti Italiani, dice senza ambiguità che chi porta armi non ha giustificazione, di qualunque colore sia la tuta. Quella sinistra a vocazione socialdemocratica esisteva. Bertinotti aveva intuito che un pensiero manicheo avrebbe fatto presa su una generazione cresciuta tra occupazioni e centri sociali. Ebbe ragione.

Il lungo commiato

Il 2001 fu un anno di rotture multiple: Bamiyan a marzo, Genova a luglio, le Torri Gemelle a settembre. Che non fecero collassare né la globalizzazione economica né il movimento no-global (riconvertito, negli anni successivi, sul pacifismo anti-guerra), ma spostarono l’agenda pubblica dalla governance economica al conflitto securitario. Sotto le macerie restò la nascita di una sinistra con le idee chiare su come stare nel terzo millennio restando fedele alla propria vocazione storica. Quella che sopravvisse parlava ancora il linguaggio della lotta di classe, ma con contenuti sempre più lontani dai bisogni materiali di cui si era occupata nel secolo precedente. È rimasta la sintassi del conflitto svuotata del referente economico, lo schema che Nancy Fraser chiama neoliberismo progressista, quello per cui il linguaggio del riconoscimento sopravvive al collasso della battaglia per la redistribuzione, e ne diventa il sostituto a buon mercato. Quella stessa grammatica, transitata per un quarto di secolo attraverso centri sociali, partiti e sindacati, è oggi il registro di Schlein, Bonelli e perfino, con qualche sospetto di opportunismo, di Conte.

Genova 2001. Ma non è mai finita

Che quello sia stato l’assimilazione piagetiana della sinistra del terzo millennio, lo dimostrano nella stessa settimana di luglio 2026, due episodi gemelli. A Bologna il sindaco di sinistra Lepore convoca un presidio per la morte di Abderrahim Fakir prima ancora di sapere se il decesso in un fermo di polizia sia stato improprio; quando la piazza degenera tra bombe carta, auto incendiate, 64 agenti feriti, se ne dissocia distinguendo “due piazze”.

A Genova la sindaca di sinistra Salis commemora Giuliani in piazza Alimonda il 20 luglio; il giorno dopo, all’Assemblea “No Kings” ospitata a Palazzo Ducale, cuore della Zona Rossa nel 2001, un relatore lancia lo slogan “andiamo a prendere i fascisti a casa”. Salis si dissocia “in modo netto e deciso” e sposta la polemica su un video satirico circolato a destra.

È lo stesso meccanismo. La sinistra al governo della città apre lo spazio pubblico sulle parole d’ordine identitarie che tengono tutti insieme e dentro quello spazio nasce la chiamata alla rivolta con la grammatica e le parole d’ordine della sinistra più dura e pura che rifiuta qualsiasi logica diversa da quella amico-nemico.

La destra allo specchio, e l’obiezione di Gramsci

Il problema è solo la sinistra? A guardare bene, la destra italiana è affetta dalla stessa patologia in versione speculare. Esaurita l’anima modernizzatrice del berlusconismo, si è rifugiata in una mitologia compensatoria, la Roma arcaica, il mos maiorum, tolkieniana nel senso letterale: un mondo mitico a sostituto di un progetto politico che manca. È lo stesso rifiuto, capovolto di segno, della neutralità liberale che Marcuse chiamò “tolleranza repressiva”: la sinistra accusa il liberalismo di tollerare troppo, la destra di censurare troppo. Nessuna delle due si professa realmente liberale, né lo è.

A chi obietta che non è ipocrisia ma strategia gramsciana, l’egemonia culturale come precondizione della conquista del potere, risponde la storia di questi anni. Il punto è che l’egemonia di Gramsci era funzionale a un fine dichiarato, un mutamento reale dei rapporti di produzione. Quella praticata oggi, da entrambi i campi, non ha più alcun fine di questo tipo. È pura gestione elettorale dello stesso sistema che a parole bisogna dire di voler rovesciare, ma sapendo che le elezioni le vince chi rientra dentro il perimetro che dichiara di voler superare.

È il ritorno, con altre parole, alla stessa contraddizione che vidi da vicino tra il ’97 e il ’98, nel linguaggio ipocrita di chi si compiaceva di essere arrivato nella stanza dei bottoni. Oltre trent’anni dopo, quella contraddizione non si è più risolta. È diventata quella che oggi chiamiamo politica.

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