Che la vicenda che ha investito Sigfrido Ranucci in queste settimane vada letta come macchinazione, incidente di percorso o redde rationem non è cosa che mi riguarda qui. Resta però il fatto, nudo e crudo, con la Rai che ha sospeso le repliche estive di Report. E con quella sospensione, al netto di trolley, pen drive e amici fraterni che si scoprono altro, a un sacco di gente è saltata la rassicurante liturgia della domenica sera.
Milioni di italiani che per anni si sono disposti sul divano alle 21.30 nella stessa posizione rituale, pronti a scoprire che il tonno fa male, che l’azienda X specula sul dissesto Y, che la politica Z è collusa con la lobby W, si sono ritrovati con un buco al posto dell’appuntamento fisso. E in quel buco, complice l’estate, è nato un lutto collettivo, misconosciuto ma reale. Quello dell’orfano di Report.
Non è un pubblico che ha semplicemente cambiato canale, è un pubblico che si è visto togliere il rito senza preavviso, mentre ogni lutto che si rispetti si esprime in fasi, gradazioni, sottospecie. Qui proviamo a censire chi sono i telespettatori rimasti improvvisamente orfani.
IL SOMMOZZATORE. Lui sa che c’è sotto qualcosa. Ma a lui non basta sapere cosa c’è sotto. Lui vuole sapere cosa c’è sotto quello che c’è sotto. Se gli dici che il suo giustiziere a mezzo stampa preferito è indagato, lui ti guarda serafico come se avessi detto “la terra è tonda, embè”. Perché lui è uno che la sa lunga. Ha già la sua teoria, che comincia sempre con “guarda che la storia vera non l’hanno detta” e finisce sempre due ore dopo senza che nessuno abbia capito qual è la storia vera. Quando è in casa la famiglia sa che è meglio evitarlo. Anche al citofono.
IL FRIGORIFERO VUOTO. Ex onnivoro, oggi sopravvive a acqua e sdegno. Ha visto tutti i reportage che svelano come sia pericoloso il cibo che mangiamo. Percorso: 2007 salmone, 2011 tonno, 2015 pollo, 2019 uova, 2023 pancarré, 2026 il cornetto del bar. La prossima tappa presunta dovrebbe essere l’acqua del rubinetto. Poi l’aria di città, poi sé stesso. I nutrizionisti lo studiano, gli obitori aspettano.
QUELLO CHE NON GUARDA LA TV MA. Categoria protetta. Frase tipo: “io la televisione non la guardo, guardo solo Report”. Che è come dire “io non bevo, però la domenica una damigiana”. Se lo inviti a cena e in tv c’è la partita si offende, se c’è Report si commuove, se c’è Sanremo se ne va prima del dolce.
IL MARATONETA DI RAIPLAY. Durante la sospensione estiva ha guardato tutte le puntate arretrate in streaming, di fila, come fosse l’assedio di Stalingrado ma col telecomando. Posta lo screenshot degli accessi con la faccia di chi ha appena liberato un paese. Nessuno gli ha chiesto niente, lui però risponde lo stesso.
IL REDUCE CHE NON C’ERA. Ha trentadue anni, non ha mai visto una puntata di Biagi in diretta, eppure sospira “ah, il giornalismo d’inchiesta di una volta”. Di “una volta” sa solo che era meglio, esattamente come sa che i film di una volta erano meglio, la Nutella di una volta era meglio, sua nonna di una volta era meglio. Vive rimpiangendo cose successe prima della sua carta d’identità.
IL DIVORZIATO SOFT. L’unico che dopo Ranucci-Lavitola-trolley-Camerun non ha sbattuto la porta. Ha semplicemente aperto una cartella mentale a parte, tipo “questione privata, non tange il metodo”. Per lui è tutto normale. In fondo. La cosa è identica a quella che si apre quando l’amico del cuore tradisce la moglie e tu resti comunque testimone al prossimo matrimonio. Sopravviverà a tutto, anche al prossimo scandalo, anche a se stesso. Forse.
QUELLO GIÀ IN FILA PER IL PROSSIMO. Ha capito che se anche tornasse in tv, nulla sarà più come prima. Ha pianto, ma poi ha smesso. Da tre giorni e ha già individuato il sostituto, in un podcast, un substack, un tizio con la webcam e la faccia giusta da martire. Non è infedele, è solo previdente. In fondo il lutto, si sa, dura il tempo di trovare a chi affidarlo di nuovo.












