Gira da qualche giorno il trailer del film Odissea di Christopher Nolan che tra poco uscirà nelle sale cinematografiche. Elena (quella di Troia), stavolta è nera. Detta in maniera più scientifica, appartiene al fenotipo subsahariano. Il che si traduce, ancora prima che il film sia stato proiettato, nella oramai tipica messe di commenti sulla scelta del regista.
Prima i fatti, per quel che vale parlare di fatti a proposito di un mito. Perché, anzitutto, è probabile che Elena di Troia non sia mai esistita. Omero (che forse non è esistito neanche lui) ci fa sapere che è figlia di Zeus e Leda, nel suo poema fissato per iscritto nell’VIII secolo a.C. ma ambientato, nella tradizione, nel tardo Bronzo egeo. Detto questo, se vogliamo comunque chiederci quale aspetto avrebbe avuto una donna di quel mondo, la genetica antica ha una risposta abbastanza netta, e smentisce comodamente tutti i litiganti. Gli studi condotti su genomi micenei e minoici, mostrano popolazioni con carnagione olivastra, capelli e occhi prevalentemente scuri, coerenti con gli affreschi colorati dell’epoca. Il biondo con occhi azzurri che l’immaginario collettivo figlio dell’ottocento neoclassicista assegna ai greci era raro, anche se non del tutto assente. Il fenotipo subsahariano, semplicemente, non trova riscontro nei dati. La Elena “verosimile” storicamente, insomma, sarebbe stata probabilmente una classica bellezza mediterranea: occhi scuri, capelli scuri e pelle olivastra. Né la diva neoclassica di tanti dipinti ottocenteschi, né l’Elena del trailer di Nolan.

Il che rende ancora più stucchevole la reazione al trailer del film. Sul terreno filologico si potrebbe discutere con qualche fondamento del fatto che i greci arcaici associavano il biondo agli eroi e ai semidei, e Elena quel diritto ce l’avrebbe, secondo quella grammatica simbolica. Ma se si scende nei commenti che trovate un po’ in giro, la musica cambia.
C’è chi minaccia di boicottare un film non ancora uscito per “dare un segnale”, dimenticando che il segnale consisterebbe nel non fare nulla, l’attività che l’umanità pratica meglio da sempre. Poi c’è chi dice che preferisce restare a casa e tira in ballo Céline e il suo gatto Benito, come se citare uno scrittore antisemita e un dittatore fosse un gesto di raffinatezza e non, più modestamente, di rivendicazione. C’è chi si chiede perché non tingano di giallo anche Achille, tanto per completare la geografia del sarcasmo. C’è, soprattutto, chi usa il trailer come pretesto per scaricare tutt’altro, tirate contro l’ideologia gender, incisi improvvisi sugli ebrei, l’immancabile riferimento a Elliot Page e alla invasività della cultura woke. A dimostrazione che il vero oggetto della discussione non è mai stato Omero, né Nolan, né il colore della pelle di una donna semidivina vissuta, ammesso sia vissuta, tremilaquattrocento anni fa.
Quello che resta è l’ennesima prova che qualunque increspatura culturale, un trailer, un casting, funziona da innesco per un repertorio di rancori che aspettava solo un pretesto qualsiasi, del tutto indifferente al contenuto reale della provocazione, e altrettanto indifferente, va detto, alla genetica delle popolazioni egee del tardo Bronzo.












