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La rumorosa maieutica della Maturità

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Il ministro Valditara ha voluto scrivere di persona ai maturandi con una lettera pubblicata sulle pagine del Sole 24 Ore, il giornale che la Confindustria legge a colazione. Un gesto solenne e paterno. Il ministro dell’Istruzione e del Merito ci ha tenuto a far sapere ai cinquecentomila studenti che il 18 giugno si siederanno davanti alla commissione che la Maturità (con la maiuscola, ci mancherebbe) “non è un esame che ha a che fare anzitutto con lo Stato, la burocrazia, i codici e i certificati”. È, invece, un passaggio di crescita interiore, una rivelazione di talenti, un momento in cui ciascuno può dare “il meglio di quello che ha dentro”. Affrontatela con serenità, ragazzi. Valete tanto.

Colpiti dalla vocazione maieutica della rinnovata Maturità, supponiamo che il ministro abbia ragione.

Proviamo, cioè, a prendere sul serio il lessico e a vedere come funziona, nei fatti, questa maieutica ministeriale. Il termine non è mio, come sanno i maturandi che hanno studiato. È quell’antico metodo socratico che consiste nell’aiutare l’interlocutore a tirar fuori da sé la conoscenza che indubbiamente possiede già. La levatrice dell’anima, la chiamava Socrate. Un metodo fondato sul dialogo libero, sulla disponibilità ad aspettare, sul rispetto del silenzio altrui dal quale far affiorare la verità.

Certo, Socrate non aveva un decreto ministeriale al quale attenersi, e non aveva nemmeno una commissione. La maieutica del ministero, invece, li ha entrambi.

La commissione da quest’anno è più contenuta, passa da sette a cinque componenti, compreso il presidente esterno. La levatrice ha chiaramente razionalizzato il personale.

Il colloquio è incatenato alle quattro discipline individuate per indirizzo. Italiano, la materia della seconda prova scritta e altre due scelte dal Ministero. Il talento, evidentemente, ha un perimetro, e la crescita interiore deve avvenire in spazi predefiniti. E precisamente tra i confini tracciati da un decreto che di articoli ne conta parecchi per un esame che con la burocrazia non avrebbe niente a che fare.

Ma il dettaglio più prezioso, quello che meglio del resto illumina la natura di questa maieutica, è il silenzio. Il rifiuto del silenzio, per la precisione.

L’anno scorso, una decina di studenti sparsi per l’Italia si presentarono al colloquio e non aprirono bocca. Scena muta, la chiamarono i giornali. In realtà stavano dicendo una cosa precisa. Avevano già i punti sufficienti tra credito scolastico e scritti e il colloquio era irrilevante ai fini del risultato finale, e quel risultato finale non valeva abbastanza da perderci più di tanto tempo. Una protesta a costo zero a dire il vero (sapevano di essere già promossi). Contro la scuola, ma soprattutto contro un rito da tempo svuotato di senso. Una comunicazione scomoda espressa nella forma più elementare possibile.

La risposta del ministro è stata rendere il silenzio illegale.

Dal 2026, chi sceglie di non parlare viene bocciato. All’istante. Non necessariamente chi dice cose sbagliate, o chi dimostra lacune gravi. Più banalmente chi non emette suoni riconoscibili come risposta. È la forma dell’oralità a essere obbligatoria, non la sostanza. Bisogna parlare. Anche a vuoto, anche controvoglia, anche, come si usa dire volgarmente, a cazzi. L’importante è che la bocca si muova ed emetta suoni riconoscibili.

L’approccio socratico, va detto, era un po’ diverso. Si basava sull’attesa. Sull’aspettare che l’interlocutore pensasse. Il silenzio era da accogliere, da lavorarci sopra. E in effetti, il vero dialogo cominciava proprio nel momento in cui l’interlocutore ammetteva di non sapere e taceva.

Il sospetto, non me ne vogliano al ministero, è che togliere il silenzio non rafforzi la dichiarata vocazione maieutica. Piuttosto la abolisca. In fondo la maieutica obbligatoria è una contraddizione in termini, come una libertà per forza o una spontaneità programmata.

Ma siamo, appunto, nell’epoca della narrazione positiva.

Valditara usa questa espressione con una certa sistematicità. Bisogna raccontare la scuola in modo positivo, valorizzare i talenti, restituire fiducia. Il ritorno alla parola Maturità, con la maiuscola, lo abbiamo detto, è già un atto di narrazione positiva. Basta cambiare il nome perché l’essenza cambi, basta proclamare che non è un esame burocratico perché smetta di esserlo. Il linguaggio sostituisce la realtà. La realtà, nel frattempo, è un decreto di trenta articoli che regola ogni dettaglio del colloquio, compreso il numero esatto di minuti. Quaranta, non meno di quaranta, non più di sessanta.

I cinquecentomila ragazzi che il 18 giugno entreranno in aula, però, non hanno bisogno di maieutica ministeriale. Hanno bisogno di aver studiato. La maturità, stavolta quella senza maiuscola, quella vera che non si decreta, si costruisce in anni di lavoro quotidiano e non si rivela in quaranta minuti di colloquio su quattro materie prefissate. I talenti di cui parla il ministro, se ci sono, vengono da lì.

Buona Maturità, ragazzi. E ad ogni modo ricordatevi di parlare, mi raccomando. È obbligatorio.

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