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Abolire la legge 104 per la mobilità a scuola?

abolire la 104

Ogni anno, appena chiudono le operazioni di mobilità, i social si riempiono dell’ormai tradizionale lamento di chi con centocinquanta, duecento, trecento punti non ha ottenuto la sede richiesta perché è stato scavalcato da un collega con meno della metà del punteggio, ma “con la 104”. La legge 104 del 1992 è la legge che permette a chi accudisce in casa i propri congiunti non autosufficienti di ottenere alcuni vantaggi lavorativi, tra i quali il diritto di stare quanto più vicino possibile all’assistito.

La grammatica del post indignato è grossomodo la stessa. Meraviglia, senso di ingiustizia, e immancabilmente qualcuno che evoca i furbetti, le unghie, i capelli, i viaggi postati durante i permessi.

E va ammesso che la cosa ha una sua logica, naturalmente al netto delle accuse di fraudolenza che bisognerebbe provare a denunciare circostanziatamente a chi di competenza.

Il fatto è che se la mobilità funzionasse su un criterio unico, il punteggio, sarebbe semplice, trasparente, incontestabile. La 104 è una delle variabili che rompono quella linearità ed è comprensibile che chi perde una sede su quella variabile si senta defraudato.

Peccato che il ragionamento si fermi esattamente lì dove dovrebbe cominciare.

Questione di numeri

È questione di numeri, avrebbe ammonito Trilussa. Proviamo a guardare quelli invece dei thread. L’indagine OCSE TALIS 2024 dice che l’età media degli insegnanti italiani è 48 anni, tre in più rispetto alla media OCSE. Quasi uno su due ha superato i cinquant’anni. Il corpo docente italiano, all’incirca 900mila persone, è il più anziano d’Europa.

Un docente di 50 anni nato nel 1975 ha mediamente genitori nati intorno al 1945-1950. Persone che oggi hanno tra i 75 e gli 80 anni. L’ISTAT ci dice che al 1° gennaio 2025 quasi un quarto della popolazione italiana ha almeno 65 anni, e che gli ultra-ottantenni sono già 4,6 milioni. La speranza di vita è 81,4 anni per gli uomini, 85,5 per le donne.

Tradotto: i genitori di metà del corpo docente italiano sono statisticamente vivi, statisticamente anziani, e statisticamente esposti alla scarsa o del tutto assente autosufficienza.

L’ISTAT certifica il dato andando indietro nel tempo. Nel 1960 la quota di persone tra 50 e 64 anni con genitori o parenti over 85 da accudire era il 3,4%. Oggi siamo oltre il 16%. Quattro volte tanto, in sessant’anni. Ed è un dato demografico, non il conteggio dei furbetti.

Si potrebbe obiettare che esistono le strutture residenziali, le RSA (una volta chiamate brutalmente ‘ospizi’), e che un genitore non autosufficiente si può anche affidare a una RSA o ad un Istituto di cura. Certo. Salvo che al 1° gennaio 2024 gli anziani ospiti di strutture residenziali in Italia erano poco più di 291mila, ovvero 20 ogni 1.000 anziani.

È solo una questione culturale, quella per la quale mettere i genitori all’ospizio o i figli disabili in un Istituto è considerato un male? Il culturale magari c’è pure, legato anche alla qualità delle strutture che periodicamente finiscono sotto i riflettori proprio per questo. Ma il problema è soprattutto economico. La copertura pubblica del welfare per la non autosufficienza è strutturalmente insufficiente, e lo è con una distribuzione geografica che peggiora le cose con la spesa pubblica pro capite per anziano che oscilla tra 174 euro annui nel Nord-Est e 40 euro nel Sud. Quaranta euro. Chi lavora in una regione meridionale, dove si concentra la quota più alta di docenti fuori sede, può contare su un decimo delle risorse disponibili nel Veneto o in Friuli. Dovrebbe metter mano alla tasca, ma lo stipendio è sempre quello.

La 104 per assistenza familiare, insomma, non è un espediente. È la soluzione privata a un problema pubblico che lo Stato non ha risolto. Il caregiver informale, figlio, figlia, fratello, sorella, esiste perché il sistema di welfare non esiste o esiste male.

Senza guardare al pubblico, nel 2024 i lavoratori dipendenti privati che hanno fruito dei permessi per assistere familiari con disabilità grave erano 608.206, il 10% in più rispetto all’anno precedente. Solo nel Nord-Est, in cinque anni, i permessi 104 per assistenza familiare sono cresciuti del 26%. Il trend è strutturale e crescente, e non dipende da un’epidemia di furbizia ma dall’invecchiamento della popolazione e dall’invarianza del welfare.

Pensare che la scuola sia un’eccezione rispetto a questo quadro è fantasioso. La scuola è uno specchio. Un corpo docente con età media 48 anni, inserito in un paese con 207 anziani ogni 100 giovani e un welfare per la non autosufficienza che copre il 2% dei bisogni, produce esattamente quello che vediamo ogni anno sui gruppi Facebook, tanti docenti con la 104 per assistere un parente non autosufficiente che la utilizzano come precedenza in mobilità.

E non accade perché il sistema è corrotto, ma perché il sistema funziona esattamente come è stato progettato, e cioè per tappare, individualmente e silenziosamente, un buco che la politica non ha intenzione di chiudere e soprattutto, pur volendo, non ne ha le risorse.

Abolire la 104

Allora aboliamo la 104 a scuola? Si potrebbe fare a patto che il dipendente della scuola non abbia figli, genitori, fratelli non autosufficienti da accudire, o che sia abbastanza ricco da potersi permettere di pagarsi da solo l’assistenza necessaria.

Ovviamente la risposta è no. Ma se vogliamo davvero discutere di equità nella mobilità, e sarebbe una discussione necessaria prima che legittima, dovremmo avere l’onestà di mettere sul tavolo la domanda giusta: perché in Italia assistere adeguatamente un parente non autosufficiente è ancora un affare di famiglia? Perché il costo di una lacuna strutturale del welfare ricade sul punteggio di mobilità di un collega, invece che sulle politiche pubbliche che quella lacuna dovrebbero colmare?

Se finalmente si facesse la discussione giusta, potrebbe accadere che il bersaglio del thread annuale non sia il collega con la 104, ma lo Stato che ha deciso che 40 euro pro capite all’anno sono abbastanza per garantire dignità alla vecchiaia nel Mezzogiorno.

Ma quello è un bersaglio complicato da raggiungere, senza contare che non ha nemmeno una foto profilo su facebook.

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