Aveva spiegato tutto con grande pazienza. Al Corriere della Sera, alla questura che lo implorava di procedere, e indirettamente al Paese intero che si era indignato per il video virale. Lui aveva tenuto il punto: nessuna denuncia, «non è successo niente; non denuncio per principio». «La querela di parte è una cosa sbagliata. Uno Stato deve sapere quando agire, non deve delegare i cittadini.» La sua scelta? Un «intervento educativo». Il ministro Valditara, che insisteva per la denuncia e che a suo tempo aveva teorizzato il ruolo dell’umiliazione nella crescita degli studenti? Un «incompetente».
Lo Stato, nel frattempo, ha fatto esattamente quello che il professore auspicava ed ha agito da solo. La Procura per i minorenni di Bologna ha iscritto i tre ragazzi nel registro degli indagati, a vario titolo per violenza e minacce aggravate nei confronti del personale scolastico in servizio, senza aspettare querele di parte. Le abitazioni sono state perquisite, i cellulari e i vestiti del giorno della rissa sequestrati. Fin qui, l’intervento educativo sembra aver funzionato.
Senonché i ragazzi e le loro famiglie non si sono dimostrati altrettanto inclini alla pedagogia. Trovandosi la polizia in casa, non hanno cercato un educatore che spiegasse loro il disagio adolescenziale dei figli ma si sono prosaicamente rivolti a un avvocato. Claudia Pezzoni, legale del diciassettenne, ha depositato agli inquirenti un secondo video con i momenti immediatamente precedenti all’episodio già noto — in cui, stando alle prime indiscrezioni, si vedrebbe uno dei docenti indicare ai ragazzi dove andare. «Questo cambia la storia», ha dichiarato. E contestualmente la famiglia del ragazzo ha depositato una denuncia contro i professori.
L’obiettivo è chiaro: dimostrare che quei colpi di bastone e di cintura che i figli hanno chiaramente riservato ai docenti non costituiscono un reato così grave come potrebbe parere o che comunque la responsabilità va distribuita diversamente. Poco importa se questo ricade sul professore-pedagogista, insinuando il sospetto che l’aggressione sia stata provocata proprio da lui. Che il docente che stava svolgendo le proprie funzioni educative le stesse svolgendo in modo tale da giustificare la reazione degli studenti. Il che da questione processuale diventa una questione di competenza professionale.
L’intento pedagogico dichiarato finisce in pezzi in ogni caso. O perché il professore ha qualcosa da nascondere, come sostengono le famiglie dei ragazzi. O perché non ha nulla da nascondere, ma quei ragazzi che diceva di educare evitando la denuncia, non ci hanno pensato due volte a scaricargli addosso ogni responsabilità nel momento in cui si sono trovati davanti un’autorità meno empaticamente pedagogica.












