Domani escono gli esiti della mobilità. “Escono” è un eufemismo: in realtà si nascondono, e tu li cerchi. È un gioco dell’oca in cui tutte le caselle portano a un numero di telefono che non risponde.
Il primo posto dove non li troverai è Istanze Online. Il portale ministeriale – interfaccia da bancomat del 2003, reattività da ufficio postale il 26 del mese – quella mattina sarà in ginocchio. Cinquantamila docenti che premono F5 contemporaneamente producono un effetto che nessun server pubblico italiano è mai stato progettato per reggere. Schermata di errore. Ricarica. Schermata di errore. Ricarica.
Bestemmione n. 1, calibrato secondo la propria confessione religiosa.
Allora provi con l’app IO. Che magari ha la notifica, magari no, magari ce l’ha ma non si apre, magari si apre ma non mostra nulla di utile. L’app IO è lo Stato italiano che si traveste da startup: ha il logo moderno, ma dentro c’è sempre lo stesso ufficio con le pratiche in sospeso.
Ci sarebbe anche la posta istituzionale. Quella che controlli due volte l’anno. Quella su cui l’UST/USP potrebbe aver mandato qualcosa, o potrebbe non averlo mandato, o potrebbe averlo mandato nella cartella spam insieme alle offerte del supermercato. La cerchi. Non la trovi.
Bestemmione n. 2.
A questo punto entra in gioco la rete umana – che è, come sempre, l’unica infrastruttura che funziona davvero in questo paese. La collega che ha un’amica in segreteria. Il sindacalista con i contatti giusti. Il gruppo WhatsApp della scuola che alle 8:15 è già un bollettino di guerra: “a me non risulta niente”, “io ho visto il PDF sul sito dell’USP”, “quale USP?”, “Caserta”, “ma io sono di Salerno”. Informazioni parziali, voci, screenshot sfocati, link che non funzionano.
Verso le 9:30, se sei fortunato, qualcosa emerge. Un PDF. Un bollettino. Una riga con il tuo codice fiscale.
E lì si apre il vero bivio.
Scenario A — Il trasferimento c’è.
Controlli che la scuola sia quella giusta. Che l’indirizzo esista. Che i trasporti siano umani o almeno negoziabili. Cerchi su Google Maps quanto ci vuole da casa, e per un momento la realtà ti colpisce in faccia con la sua concretezza geografica. Poi archivi tutto in una cartella ordinata – Mobilità 2026/27 – e ti senti, per qualche minuto, un adulto funzionante. Scrivi una mail di presentazione alla nuova scuola con quel tono sospeso tra il deferente e il vagamente speranzoso che conoscono bene tutti i docenti in mobilità. Firmi. Mandi. Aspetti.
Nel pomeriggio racconti ai colleghi. Qualcuno è contento per te. Qualcuno ti guarda con quell’aria di chi avrebbe voluto quella provincia e non l’ha ottenuta. Il sistema, come sempre, distribuisce sollievo e amarezza nella stessa mattinata.
Scenario B — Nessun movimento.
L’esito è lì, nero su bianco: nessun trasferimento, nessun passaggio. La provincia non ti ha voluto, o ti ha voluto ma non abbastanza, o il tuo punteggio era giusto un punto sotto qualcuno che non conosci e che probabilmente ha lo stesso tuo identico profilo, la stessa distanza da casa, la stessa storia.
Bestemmione n. 3. Quello definitivo. Il più teologicamente articolato.
Poi, secondo protocollo: reclamo. PEC. Raccomandata A/R se necessario. Allegati — copia esito, documenti titoli, documento d’identità. Scadenza da segnare in calendario: dieci giorni. Come se li avessi. Come se nel mezzo di maggio, con gli scrutini, le gite, i consigli di classe e le circolari che arrivano a raffica, tu avessi dieci giorni liberi da dedicare a una vertenza amministrativa con un ufficio che risponde per iscritto e solo se insisti.
Nel pomeriggio non racconti niente a nessuno. O lo racconti, ma sottovoce, con quella stanchezza specifica di chi ha già fatto questo giro l’anno scorso e sa che probabilmente lo rifarà anche il prossimo.
In entrambi i casi, alle 10:00 sei già esausto.
La mobilità del personale docente è, tecnicamente, un istituto contrattuale. Nella pratica è una forma di filosofia esistenziale applicata: ti ricorda che il controllo è un’illusione, che i punteggi sono relativi, che le preferenze sono indicative, e che il bollettino dell’UST/USP è l’oracolo di Delfi – ma con meno fascino e più codici fiscali.
Domani mattina, dunque. Credenziali alla mano. Fegato pronto. F5 caricato.












