Sei un docente aggredito da uno studente? A parte il resto, sei finito in una trappola logica che non ha uscite. O meglio ne ha tre, ma tutte sbagliate.
Puoi denunciare, puoi non denunciare, puoi perdonare l’aggressore. In tutti e tre i casi, stai sbagliando. Parola dei colleghi, dei sindacalisti, dei commentatori sui social. Lo dicono tutti tranne chi c’era.
Questo è il teorema che emerge dai due episodi di violenza scolastica che hanno riempito i social nelle ultime settimane. Due casi, due scelte opposte, stesso verdetto del coro.
L’ultimo caso di cronaca è noto. Due docenti dell’ITIS Leonardo da Vinci di Parma, aggrediti nel parco accanto alla scuola da un gruppo di studenti. Calci, pugni, bastonate. Un video circolato ovunque, tra le risate di chi riprendeva. I docenti, alla fine, hanno scelto di non sporgere denuncia. Siccome non ci sono lesioni refertate, anche la denuncia d’ufficio non ci sarà.
A sentire e leggere i colleghi la reazione è stata immediata e compatta: un errore, complicità, il solito buonismo, un fatto diseducativo, un danno alla categoria, perfino alla democrazia. Qualcuno ha scritto, con la disinvoltura di chi probabilmente non ha mai dovuto farlo, che lui, al posto loro, si sarebbe fatto refertare dieci minuti dopo e sarebbe andato dritto in questura. Con il filmato sotto braccio e la denuncia particolareggiata già in mente.
Quello che nessuno ha considerato è cosa significhi concretamente quell’atto. Significa alzarsi dal selciato del parco in stato di choc e decidere, in quel momento, di avviare una guerra. Significa tornare il giorno dopo in quella scuola, in quell’aula, sapendo che tutti sanno. Significa mesi di udienze, controesami, famiglie degli aggressori che bussano alla porta del preside, significa la certezza di una controdenuncia.
Per un docente significa essere soli, perché il sistema che dovrebbe proteggerti, l’istituzione scolastica, il dirigente, il consiglio di istituto, nella migliore delle ipotesi se la cava con una nota stampa di circostanza.
Il dirigente Giorgio Piva ha assicurato che l’ITIS “da sempre opera un’azione educativa volta al rispetto dei ruoli.” Nessuno ha annunciato che la scuola si costituirà parte lesa. Perché la scuola, come soggetto giuridico, raramente lo fa. È più comodo scaricare l’onere sul picchiato e poi rimproverarlo se non lo regge.
Qualche mese fa a Trescore Balneario, Chiara Mocchi, professoressa di francese alle medie, viene accoltellata da un suo alunno tredicenne. Un fendente a un millimetro dall’aorta. Cinque giorni in ospedale. Dal letto, detta una lettera al suo avvocato in cui dice che non porta rabbia né paura nel cuore. Tornerà a insegnare. Crede ancora nei ragazzi.
Sembrano le parole giuste. Il copione perfetto. La maestra che non si arrende, la civiltà contro la barbarie, il bene che resiste.
Ma se per qualcuno Chiara Mocchi è un’eroina, da tanti altri arrivano soprattutto duri rimproveri. Perché perdonare, si è detto, significa confondere una professione con una missione. Significa avallare l’idea del docente come figura sacrificale, disponibile a tutto per vocazione. Significa fare un torto alla categoria.
Il che in realtà è anche vero. Un tentato omicidio in piena regola finito a tarallucci e vino lascia l’amaro in bocca a chi segue la vicenda. Anche qui, dunque: sbagliato.
Il fatto che il suo aggressore fosse un tredicenne non imputabile e che quindi nessuna denuncia penale avrebbe prodotto conseguenze processuali ordinarie, è un dettaglio che il dibattito ha quasi ignorato. Il perdono di Chiara Mocchi è sembrato soprattutto una risposta lucida a una situazione in cui gli strumenti ordinari semplicemente non si applicano. Ma la logica del rimprovero non ha bisogno di distinguere i casi. Basta trovare qualcosa che non va.
Il meccanismo è sempre lo stesso. La vittima viene processata per come ha gestito il danno subito. Il metro di giudizio è esterno, astratto, applicato da chi non stava lì. E il verdetto è invariabilmente colpevole, qualunque cosa abbia fatto.
Solo che questo esercizio collettivo ottiene un effetto preciso che è quello di deviare l’attenzione. Finché si discute di cosa avrebbe dovuto fare il docente picchiato, non si discute di cosa non ha fatto il sistema. Non si chiede perché la scuola come istituzione non denunci in proprio. Non si chiede perché non esista una struttura di supporto legale e psicologico per i docenti che subiscono violenza. Non si chiede perché il Decreto Sicurezza 2026, con tutte le sue pene inasprite, scarichi comunque sull’individuo l’onere di attivare la macchina giudiziaria.
Il rimprovero morale al singolo diventa una forma efficace di lavaggio della coscienza collettiva.
Alla fine, la trappola funziona così: si pretende dal docente aggredito un atto di coraggio istituzionale che l’istituzione stessa non è in grado di garantirgli in cambio. Si chiede all’individuo di fare quello che lo Stato non fa. E quando l’individuo non ce la fa (perché è umano, perché è solo, perché ha paura) lo si condanna.
È un sistema perfetto. Non ci sono colpevoli. Anzi, solo uno: quello con i lividi.












