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Insegnare la filosofia a scuola

filosofia a scuola

Con le nuove Indicazioni Nazionali, in discussione pubblica in vista del lancio per l’anno scolastico 2027/28, c’è una discussione in corso sull’insegnamento della filosofia a scuola che ha raggiunto livelli di indignazione raramente visti per una materia scolastica.

Sessanta professori universitari, tra i quali spicca il filosofo Massimo Cacciari, hanno firmato una petizione contro, accusando la proposta di cancellare Marx, Spinoza, Leibniz, Fichte e Schelling dal canone filosofico della scuola superiore, definendo le scelte del Ministero un “disastro culturale”. Gli esperti di Valditara, dal canto loro, rispondono che le liste sono esemplificative e non vincolanti, che nessuno ha bandito niente, che c’è una fase di consultazione democratica in corso. Tutti molto agitati. Tutti che, in fondo, parlano d’altro.

Perché, permettetemi di dire una cosa che in questo dibattito non sento dire da nessuno. Il problema non è chi mettere nel Pantheon dei filosofi da studiare obbligatoriamente. Il problema, semmai, è proprio il Pantheon.

Filosofia a scuola o storia della filosofia?

La filosofia nei licei italiani si insegna da Talete a Wittgenstein, in ordine cronologico, seguendo il filo di una storia del pensiero che procede per grandi autori, grandi sistemi, grandi contraddizioni superate da sintesi successive.

È un modello preciso con un padre preciso, che è Hegel, istituzionalizzato nel 1923 da Giovanni Gentile, il quale ha trasformato in programma ministeriale la filosofia come pensiero che si realizza nella storia. Da allora, con qualche ritocco cosmetico, è rimasta così.

Quello che nessuno dice apertamente è che questa non è la filosofia, ma la storia della filosofia. Il che dovrebbe almeno far riflettere sul fatto che stiamo discutendo come se l’impostazione gentiliana fosse neutra, naturale, ovvia. Ma non lo è, è una scelta. Oltretutto una scelta vecchia di un secolo.

La petizione, ovvero: ridipingere la cornice

I sessanta firmatari sono indignati perché le nuove Indicazioni ridimensionano Marx e Rousseau e rivalutano Croce e Gentile. Magari hanno anche ragione sul fatto che si tratti di una scelta politico-culturale discutibile, ma hanno torto su tutto il resto.

Non so se se ne rendano conto, ma quello che stanno difendendo non è la filosofia come disciplina, ma è il loro pantheon contrapposto a quello del governo. In pratica vorrebbero una galleria con più sommi di sinistra e meno di destra, mentre il governo ne vorrebbe una con più sommi di destra e meno di sinistra. Senonché il vero problema è che ad entrambi piace la galleria. Senza saperlo o senza volerlo dire, entrambi vogliono quello che voleva Gentile e il liceo come tempio laico dove si custodisce la tradizione del pensiero occidentale in ordine rigorosamente cronologico.

Salta agli occhi qualcosa di involontariamente comico nella storia di questa petizione, promossa da sessanta intellettuali progressisti che si battono strenuamente per conservare l’impianto culturale di un filosofo fascista, purché ci si possa infilare dentro qualche materialista in più. Il conservatorismo culturale, in questa storia, è rigorosamente bipartisan.

Socrate non faceva storia della filosofia

C’è una nota a margine che è utile ricordare quando si parla di filosofia e scuola. Socrate, che della filosofia occidentale è una figura fondativa, non annoiava i suoi interlocutori con lunghe ricostruzioni del pensiero di chi lo aveva preceduto. Partiva dai problemi. Faceva domande. Costringeva chi aveva davanti a pensare, non a ricordare. Era talmente scomodo il suo modo di fare filosofia che lo hanno condannato a morte.

L’idea che la filosofia si insegni come galleria cronologica di grandi pensatori è solo una risposta alla domanda su come si possa insegnare la storia del pensiero dell’occidente. Ma non è l’unica risposta possibile, né la più antica.

E ha prodotto, nel tempo, un risultato culturale che conosciamo tutti: “la filosofia è quella cosa per la quale, con la quale o senza la quale, tutto resta tale e quale.” Questa battuta, popolare tra gli studenti liceali almeno dagli anni Sessanta, è il verdetto preciso su un insegnamento che insegna a conoscere i filosofi invece che a filosofare.

Lo spunto c’era. Ed è stato subito strangolato

Va anche detto che le nuove Indicazioni Nazionali contengono, sepolta sotto montagne di liste e sottoliste, una cosa interessante che è l’ipotesi di un approccio tematico-problematico alla filosofia, alternativo o complementare a quello storico. Partire dai problemi invece che dagli autori. Affrontare la questione della libertà, del potere, della conoscenza attraverso testi di epoche diverse, invece di seguire il filo cronologico da Talete in avanti.

Potrebbe essere uno spunto nella direzione giusta. Ed è stato immediatamente strangolato da entrambe le parti.

La petizione lo liquida con fastidio come una “pseudo-metodologia di importazione del tutto estranea alla nostra tradizione nazionale.” Un’americanata, in sostanza. Il ministero lo inserisce ma senza crederci troppo: i “temi” diventano ancora temi storici, le liste sopravvivono, la struttura storicista resta intatta sotto mentite spoglie. Lo spunto muore prima di nascere, accoltellato dai suoi nemici dichiarati e abbandonato dai suoi sostenitori teorici.

Ora, sull’americanata varrebbe la pena spendere due parole. Al MIT di Boston, che non è esattamente una fucina di liceali ricchi e annoiati, la filosofia si insegna eccome. Ma non come storia della filosofia. Come strumento: etica della tecnologia, filosofia della mente, logica applicata, teoria della conoscenza applicata all’intelligenza artificiale.

L'”americanata” è l’unico contesto occidentale dove la filosofia ha guadagnato terreno invece di perderlo, perché si è liberata dal museo seguendo l’impostazione della filosofia analitica anglosassone che ha tra i suoi padri fondatori Frege, Russell e Wittgenstein. A proposito. Proprio quel Wittgenstein che compare nelle Indicazioni Nazionali attuali e in quelle nuove.

A chi fa comodo il museo

C’è qualcuno a cui fa comodo che la filosofia resti un ornamento per élite? Che resti nella sua riserva, frequentata da intellettuali raffinati che si battono per il pantheon giusto e si scandalizzano se qualcuno prova a cambiare qualcosa?

Ogni tentativo di portare la filosofia fuori dai licei, negli istituti tecnici, nei professionali, nella formazione degli adulti, è stato storicamente bloccato con la domanda retorica: a che serve? La risposta implicita era: a niente, quindi lasciamola dove sta, che almeno non disturba.

I sessanta firmatari vogliono che la filosofia resti affare loro. Il ministero ci mette bocca, ma non sembra convinto di volerle dare un ruolo diverso dall’ornamento. Il risultato, con le nuove Indicazioni come con le vecchie, sarà lo stesso: due anni per correre da Talete a Hegel, un anno per precipitare da Schopenhauer al ventunesimo secolo, programma immancabilmente non concluso a giugno, studenti che sanno che Spinoza viene dopo Cartesio e prima di Leibniz e non hanno la più vaga idea di cosa significhi il problema mente-corpo o perché il contratto sociale sia ancora una questione aperta.

Il pantheon è salvo. La filosofia può continuare ad essere una galleria di vite bizzarre senza che faccia paura a nessuno.

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