C’è un momento preciso, in seconda superiore, in cui capisci che la battaglia è persa. No, non parlo di quando lo studente ti guarda con l’occhio di chi non ha capito niente. Quello è piuttosto nella norma, ci mancherebbe. È quando ti guarda con gli occhi di chi non capisce perché non gliene frega niente, e ha deciso che non gliene fregherà mai. Uno sguardo che, negli anni, ho imparato a riconoscere. Uno sguardo che spesso coincideva con l’apertura dei Promessi Sposi.
Quando il ministero ha annunciato che Manzoni non è più obbligatorio nei licei, la mia reazione non è stata di scandalo. Era già sparito, Manzoni. Da anni era ridotto a un fantasma curricolare. Qualche capitolo antologizzato, il riassunto di don Abbondio, Lucia che prega, qualche nota sul Seicento, interrogazione, sei, avanti. L’esperienza che chiamavamo “lettura dei Promessi Sposi” era in realtà un rito funebre celebrato ogni anno sullo stesso cadavere.
Rincuorato dalla bella notizia, ho continuato a leggere attentamente le nuove indicazioni ministeriali. La proposta è sostituire Manzoni con “almeno tre libri di vario genere”. La lista di suggerimenti spazia da Pasolini ad Agatha Christie, con l’immancabile Tolkien nel mezzo.
L’idea di fondo è generosa e un po’ disperata insieme: non importa cosa, purché si legga. È il principio del pronto soccorso applicato alla didattica. E come ogni pronto soccorso, funziona nell’emergenza ma non costruisce salute.
Il problema non è Christie, che è una scrittrice di genere eccellente nel suo genere, che è l’intrattenimento. Il problema non è nemmeno Tolkien, che ha costruito un universo narrativo di rara coerenza interna e che gli appassionati amano follemente. Il problema è l’equivalenza implicita: che una lettura valga l’altra, che l’importante sia tenere i quindicenni lontani da Brawl Stars, che il testo sia un contenitore neutro e intercambiabile.
Non è così. Un classico, qualunque classico degno di quel nome, fa una cosa che la narrativa di consumo per sua natura non può fare. Ti mette davanti a qualcosa che non sapevi di non capire e apre una finestra su un’esperienza che non è la tua, in un linguaggio che non ti viene incontro, e ti chiede uno sforzo. Il punto è proprio quello sforzo. Che non è sadismo pedagogico ma il meccanismo attraverso cui si forma un lettore adulto, capace di stare dentro un testo difficile senza scappare.
La narrativa da supermercato editoriale, quella che occupa quattro tavoli all’ingresso di ogni “bookstore” e che cambia ogni stagione come le collezioni Zara, fa esattamente l’opposto. Conferma il già noto, scivola via senza resistenza, abitua il lettore a non essere mai disturbato. È un prodotto fatto per un consumatore, non per formare alla lettura.
Ora, tornando a Manzoni, toglierlo perché era diventato un rito svuotato ha senso. Ma la domanda che le nuove indicazioni evitano accuratamente è: quali classici? Perché dire quali significa fare una gerarchia. Fare una gerarchia significa avere una visione. E avere una visione significa esporsi. Politicamente, culturalmente, ideologicamente. In un paese in cui qualunque scelta del canone scolastico diventa immediatamente campo di battaglia tra destra e sinistra, è molto più comodo rifugiarsi nel relativismo della lista aperta, dove Pasolini e Christie convivono in pace proprio perché nessuno è costretto a dire che l’uno vale più dell’altra.
Ma il relativismo del canone non è mica neutro. È una scelta politica travestita da apertura mentale che produce proprio quello che dichiara di voler evitare. Produce studenti che leggono senza formarsi, che passano indenni attraverso le pagine accumulate, che escono dalla scuola convinti di essere lettori perché hanno finito tre romanzi in cinque anni.
In classe, quella battaglia la conosco. Spesso si perde. Ma se almeno sai cosa stai difendendo, si perde con più dignità.












