Home / Gli ingranaggi / Il Papa e Trump: una storia americana

Il Papa e Trump: una storia americana

papa e trump

Dice Trump sul Papa che: “Leone dovrebbe essermi grato perché, come tutti sanno, la sua nomina è stata una sorpresa sconcertante. Non figurava in nessuna lista dei papabili ed è stato scelto dalla Chiesa esclusivamente perché americano. Se io non fossi alla Casa Bianca, Leone non sarebbe in Vaticano.”

Non è un’uscita estemporanea quella del Presidentissimo, ma una visione del mondo tutta made in USA. Trump non attacca un Papa, contesta l’esistenza di un’autorità che è fuori dal suo controllo, che parla un linguaggio che non è neanche lontanamente il suo, che, indefinitiva, si permette di esistere al di fuori del suo schema.

Padre Antonio Spadaro, sottosegretario al Dicastero vaticano della Cultura, lo ha detto in modo lapidario: “L’attacco è una dichiarazione di impotenza. Non potendo assimilare quella voce, il potere tenta di delegittimarla. Ma così facendo ne riconosce implicitamente il peso.”

La polemica in Europa (e in Italia ancora di più) fa più che altro sorridere. Con il Papa noi abbiamo a che fare da un paio di millenni, lo abbiamo adorato e combattuto, ossequiato e processato, ne abbiamo bruciati e ne abbiamo canonizzati. Insomma: sappiamo come funziona.

Negli Stati Uniti la religione organizzata ha pesi e spazi completamente diversi, e un Papa americano è una novità assoluta che era destinata a produrre effetti politici in ogni caso.

La Deep Church

Il copione lo aveva già scritto Bannon, l’ex stratega di Trump, al momento dell’elezione di Prevost. La scelta di Leone XIV è stata “la peggiore per i cattolici Maga”, un “voto anti-Trump da parte dei globalisti della Curia”, frutto dei poteri forti che il movimento MAGA individua nei cosiddetti Deep State e Deep Church. Una manovra per neutralizzare l’influenza del populismo cattolico.

La logica è identica a quella del Deep State: esiste un nemico occulto, permanente, che sabota la volontà del popolo. Prima erano i burocrati di Washington, ora sono i cardinali di Roma. Il nemico cambia, la grammatica è la stessa.

Leone XIV, da parte sua, non ha fatto nulla per accreditare questa lettura se non esistere. Ha indicato pace, giustizia e verità come pilastri della diplomazia vaticana. In un discorso di gennaio ha criticato quella che ha definito “diplomazia della forza”, mentre nel messaggio pasquale ha invitato “coloro che hanno il potere di scatenare guerre” a “scegliere la pace.” Roba da Vangelo, tutto sommato trita e ritrita dalle nostre parti. Ma negli Stati Uniti del 2026 il Vangelo è un terreno di contesa politica.

Il 54% che complica tutto

Il nodo politico è un numero: alle elezioni del 2024, i cattolici americani, quasi 60 milioni, hanno votato in maggioranza per Trump (le stime oscillano tra il 54 e il 59% a seconda delle fonti). Trump si propone a quell’elettorato come punto di riferimento anche sul terreno spirituale. Un papa locale, per intendersi, che condivida le sue priorità su ordine, frontiere, primato americano.

Il problema è che Leone XIV è americano di nascita, ma per storia e formazione è anche molto altro. Figlio di immigrati, con una lunga esperienza missionaria in Perù, un costruttore di ponti (non di muri), che sui social aveva bacchettato sia il presidente che il suo vice sulle deportazioni, schierandosi contro la pena di morte, la proliferazione delle armi, il climate change. Un’antitesi di America First con il passaporto USA. Molto peggio di un nemico straniero: un traditore interno.

Quando la gerarchia inizia a vacillare

E le cose più interessanti dopo l’attacco di Trump sono quelle che stanno succedendo nell’episcopato americano. L’arcivescovo Timothy Broglio, Ordinario militare della Chiesa cattolica negli USA e membro dell’ala conservatrice dei vescovi, ha dichiarato alla Bbc che per i soldati americani “sarebbe moralmente accettabile disobbedire agli ordini” di fronte a quelli che considera comandi illegittimi o contrari alla dignità umana.

Già in precedenza tre cardinali, Cupich, McElroy e Tobin, avevano diffuso un comunicato in cui criticavano con durezza la politica estera dell’amministrazione Trump, affermando che “il ruolo morale del nostro Paese nell’affrontare il male nel mondo è sotto esame.”

Anche a questo in Europa siamo abituati. Si chiama obiezione di coscienza e la trattano nei corsi di storia perfino a scuola. Negli Stati Uniti, dove il culto dell’autorità militare è parte dell’identità nazionale, un arcivescovo che dice ai soldati che possono non obbedire è una cosa con un peso politico  enorme.

La risposta del Papa

Leone XIV, nel frattempo, non ha partecipato al dibattito nei termini in cui Trump ha provato ad impostarlo. Alle parole del presidente ha risposto con una frase sola: “Non ho paura di lui, parlo del Vangelo e della pace.”

Non è affatto una professione di umiltà, piuttosto una forma di educato e curiale disprezzo. Espresso con il linguaggio di chi sa alle sparate di Trump non ci si abbassa a rispondere per non finire su quel terreno che lui padroneggia meglio di chiunque altro.

Trump ha bisogno di nemici alla sua altezza per scalare il controllo dei cattolici USA. Leone XIV glielo ha negato.

Tag: