Il giorno dopo il referendum sulla giustizia, il governo Meloni ha deciso di fare pulizia. Delmastro, Bartolozzi e Santanchè fuori in ventiquattr’ore. Dimissioni. La premier ha chiamato questa operazione “sensibilità istituzionale”, ma a me viene di chiamarla altrimenti.
I tre non sono mica dei santi, si capisce. Avevano problemi giudiziari e politici noti da mesi — in alcuni casi da anni, non è una novità del 24 marzo. È una novità, invece, che Meloni abbia scelto proprio quel giorno per agire. Quello che a parte tutto il resto era proprio il giorno sbagliato. O forse no, dipende dagli scopi.
È un fatto che tutta la campagna del No — vincente, con oltre il 53% dei voti e un’affluenza quasi al 59% — ha girato ossessivamente attorno al ritornello delle dimissioni. Santanchè con le sue inchieste milanesi, Delmastro con le sue frequentazioni scomode, Bartolozzi con le sue uscite televisive sui “plotoni di esecuzione”. La campagna per il no è stata in gran parte una campagna sulle facce. Vincente.
Ora, dico io, Meloni lo sa e il giorno dopo cede esattamente su quel punto? Ma si è accorta che cedere il giorno dopo la sconfitta delle urne non è una scelta ma una conseguenza?
Il fatto è che la differenza tra uno statista e un influencer si misura proprio lì: il proverbiale pelo sullo stomaco che ti fa tenere la rotta anche quando è scomodo, o nel saper “sfrondare” prima che il taglio venga imposto dall’esterno.
Le dimissioni strategiche
Meloni non ha fatto né l’una né l’altra cosa. Poteva “dimetterli” mesi fa, pagando un prezzo interno ma guadagnando credibilità sulla battaglia che stava per combattere. Li ha tenuti ed è andata allo scontro referendario che ha perso anche su questo tema più strettamente politico. A questo punto, però, toccherebbe tenere il punto.
Invece ha scelto una via quantomeno confusa: li ha tollerati durante la campagna, ha perso il referendum anche per colpa loro, e li ha scaricati il giorno dopo come se la cosa non avesse nulla a che fare con il voto. Una mossa che non solo non convince nessuno, ma dà anche ragione a tutti.
L’opposizione plaudirà — lo ha già fatto — definendo le dimissioni “tardive”. E avrà forse torto nel merito ma pienamente ragione nei fatti. Soprattutto l’ANM avrà la conferma che il governo, sotto pressione, arretra. E Gianfranco Fini — già uomo di Genova 2001, poi alleato dei magistrati contro Berlusconi — ha applaudito. E quando applaude Fini viene da chiedersi cosa stia succedendo davvero. La sensazione è che Meloni stia correndo ai ripari su più fronti contemporaneamente. Le dimissioni dei tre servono a mostrare all’esterno — alle opposizioni, all’opinione pubblica moderata, forse anche a qualcuno nell’ANM — che qualcosa è cambiato.
Che il governo è capace di autocritica. Che la stagione della difesa corporativa è finita. Peccato che il segnale che manda è opposto: che basta vincere un referendum per ottenere quello che non si era ottenuto con anni di pressione parlamentare.
Nella Meloni sembra far capolino quel vecchio rapporto complicato con la magistratura tipico della destra di estrazione missina, fatto di scontro frontale e improvvisi ammorbidimenti. Una tradizione di cui Meloni è erede diretta, e che in questa settimana sta mostrando i suoi limiti peggiori.
Con il risultato che la “pulizia” post-referendaria, assomiglia meno a una svolta e più a una ritirata. Ordinata, forse. Forse strategica. Ma pur sempre ritirata.












